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Diffamazione sui social, scatta l’obbligo di rimozione

di Avv. Piera Di Stefano – Consumerismo.it

La Corte di Giustizia Europea si pronuncia in favore dei consumatori: Facebook obbligato a rimuovere contenuti dichiarati illeciti e quelli successivi di contenuto simile.

Molto spesso capita di ricorrere alle vie giudiziarie perché si è diffamati su Facebook.

Si individua l’oggetto, che può essere il post, il commento e così via, ed agevolmente finanche l’autore (quando non trattasi di un fake, un account falso, nel qual caso i tempi dell’accertamento possono allungarsi).

In tal modo, oltre al ristoro dei danni subiti da parte dell’autore o autrice del contenuto diffamatorio, riusciamo anche ad ottenere che Facebook cancelli quello stesso contenuto dal profilo o pagina sul quale era stato pubblicato.

Spesso, tuttavia, quel contenuto è stato condiviso “altrove” sulla piattaforma social, anche in modo diverso, oppure viene ripubblicato. Cosa fare?

Qual è la normativa che può applicarsi in questi casi?

Si tratta della direttiva sul commercio elettronico, la n. 31, che l’Unione Europea ha approvato nel 2000 e che l’Italia ha recepito con il D.Lgs. n. 70/2003.

Lo scopo di questa direttiva è stato quello di stabilire un quadro generale chiaro per tutti gli Stati membri su alcuni aspetti giuridici del commercio elettronico nel mercato interno e ciò per garantire la certezza del diritto e soprattutto la fiducia dei consumatori.

In taluni casi, per evitare responsabilità, i prestatori di servizi della società dell’informazione, tra i quali anche i social network come Facebook, hanno il dovere di agire immediatamente per rimuovere le informazioni o per disabilitare l’accesso alle medesime non appena siano informati o si rendano conto delle attività illecite, sempre nel rispetto del principio della libertà di espressione prevista dall’art. 10 della Convezione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali (CEDU, 1950) e delle procedure che ciascun Stato membro ha previsto con la propria legislazione interna.

Ciascun Stato membro, tramite un proprio organo giurisdizionale o amministrativo, può infatti esigere, anche in via provvisoria, che tali piattaforme impediscano una violazione o vi pongano fine, così come può stabilire procedure per la rimozione delle informazioni o la disabilitazione dell’accesso alle medesime.

Nessun stato membro può, tuttavia, imporre a tali gestori un obbligo di sorveglianza di carattere generale oppure un obbligo generale di ricercare attivamente fatti o circostanze che indichino la presenza di attività illecite.

Principio ragionevole, stabilito dall’art. 15 della direttiva sul commercio elettronico.

Ma le vittime devono poter disporre di procedure snelle, veloci ed efficaci per risolvere simili problematiche perché i danni possono essere davvero incalcolabili, vista la rapidità con cui i contenuti “viaggiano” su tali piattaforme.

Su questa questione ha di recente fatto chiarezza la Corte di Giustizia dell’Unione Europea (sentenza del 3 ottobre 2019).

Il caso: un utente aveva pubblicato sul proprio profilo personale Facebook un articolo di cronaca politica che riproduceva una fotografia di una deputata austriaca e lo aveva commentato con frasi diffamatorie nei confronti della donna.

Il profilo non aveva filtri privacy, quindi tutti gli utenti potevano leggere quel contenuto.

La deputata aveva chiesto inutilmente a Facebook la rimozione del commento diffamatorio, ma senza esito, per cui fu costretta a rivolgersi al Tribunale che aveva ordinato alla piattaforma in via provvisoria (cioè fino alla fine del processo) di far cessare la pubblicazione e/o la diffusione delle fotografie della donna che contenessero non solo lo stesso commento diffamatorio, ma anche commenti di contenuto simile. 

Facebook, tuttavia, aveva disabilitato solo l’accesso al commento iniziale, non a quelli successivi e ugualmente diffamatori.

La deputata, allora, ricorre in appello, ma questa volta è Facebook a spuntarla. Per i Giudici di secondo grado la piattaforma era tenuta a bloccare solo le affermazioni di contenuto testualmente identico a quello iniziale, non quelle di contenuto simile. Queste ultime, per essere rimosse, dovevano essere segnalate dalla deputata, o da terzi, non cercate attivamente dalla piattaforma e per tutte quelle di cui non era a conoscenza, Facebook quindi non era responsabile.

La battaglia legale però continua. Si arriva in Cassazione e qui i giudici hanno alzato le mani: prima di procedere hanno chiesto alla Corte di Giustizia europea di fornire una “soluzione”.

La Corte Europea è intervenuta chiarendo che sebbene gli Stati membri non possano imporre ai prestatori di servizi come Facebook un obbligo generale di sorvegliare le informazioni che trasmettono o memorizzano, o un obbligo generale di ricercare attivamente fatti o circostanze illecite, ciò non vale per gli obblighi di sorveglianza «in casi specifici», come quello appunto in cui un preciso contenuto, che è stato dichiarato illecito da un giudice, viene poi segnalato alla piattaforma da un preciso utente.

Il rischio che quel contenuto venga riprodotto e condiviso successivamente da un altro utente di detto network è altissimo proprio perché Facebook facilita la diffusione di contenuti a livello mondiale.

Ma cosa significa «informazioni di contenuto equivalente»? La Corte di Giustizia precisa che non bisogna tener conto delle parole utilizzate nel messaggio diffamatorio, ma del fatto che quelle parole possano valutarsi come illecite nei confronti di una determinata persona.

D’altra parte, secondo la Corte, la tutela efficace dell’onore e della reputazione di una persona non può essere perseguita mediante un obbligo eccessivo imposto a Facebook, quale prestatore di servizi di hosting.

Pertanto, occorrerà che le informazioni equivalenti contengano elementi specifici, quali il nome della persona interessata dalla violazione accertata in precedenza, le circostanze in cui è stata accertata tale violazione nonché un contenuto equivalente a quello dichiarato illecito, nei termini già chiariti sopra.

Inoltre, le eventuali differenze tra il contenuto dichiarato illecito e quello equivalente, non devono essere tali da costringere Facebook a valutare tale contenuto e quindi in casi simili il prestatore può ricorrere a tecniche e mezzi di ricerca automatizzati.

La Corte ha, infine, specificato che l’ingiunzione a Facebook di rimozione o blocco dell’accesso a contenuti dichiarati illeciti e di quelli ad essi equivalenti può produrre effetti estesi a livello mondiale, nell’ambito del diritto internazionale pertinente.

 Avv. Piera Di Stefano – Consumerismo.it

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