Innovazione e tecnologia

Facebook: sparita la scritta “è gratis e lo sarà sempre”. Perchè?

Nella condanna del Consiglio di Stato ci sono le ragioni dell’eliminazione della scritta.

Nella condanna del Consiglio di Stato ci sono le ragioni dell’eliminazione della scritta.

Da arriva infatti la conferma del fastidioso detto “se non lo paghi, il prodotto sei tu”. Oltre alle ragioni della condanna a 5 milioni di euro per Facebook, vediamo quali possano essere le implicazioni di una tale pronuncia.

In questo articolo si indicheranno le ragioni della condanna di Facebook, colpevole di aver portato avanti per anni l’illusoria promessa di servizi gratuiti.

La vicenda

Nel 2018, Facebook veniva sanzionata dall’Antitrust  per pratiche commerciali scorrette

Infatti, Facebook mostrava il seguente messaggio di benvenuto: è gratis e lo sarà sempre.

Oggi invece, a seguito della condanna, Facebook mostra un più modesto messaggio è veloce e semplice.

Secondo l’AntitrustFacebook non informava con chiarezza e immediatezza i propri utenti sulla raccolta e lo sfruttamento economico dei loro dati.

A ciò si aggiungeva come aggravante del comportamento ingannevole che le finalità commerciali si confondevano con le finalità sociali e culturali. L’ rilevava  come nella pagina di registrazione a Facebook, a fronte del claim: “Facebook ti aiuta a connetterti e rimanere in contatto con le persone della tua vita”, non vi fosse alcun adeguato alert che informasse gli utenti in merito alla centralità del valore commerciale dei propri dati.

Per dare la , nel provvedimento dell’Antitrust si sottolinea come:

i ricavi provenienti dalla pubblicità on line, basata sulla profilazione degli utenti a partire dai loro dati, costituiscono l’intero fatturato di Facebook Ireland Ltd. e il 98% del fatturato di Facebook Inc.

La difesa di Facebook

Secondo Facebook, il provvedimento dell’Antitrust doveva considerarsi illegittimo poiché:

  1. la disciplina della  è volta esclusivamente alla tutela dei diritti della persona, di carattere non patrimoniale e come tale extra commercium. In altri termini, trattandosi di diritti fondamentali, gli stessi non sarebbero commerciabili, con la conseguenza che l’Antitrust (quale Autorità Garante del Concorrenza e del Mercato) non poteva essere competente a sanzionare Facebook.
  2. Inoltre, Facebook evidenziava come l’utente potesse sempre effettuare una operazione di “deselezione” tornando a salvaguardare i propri dati.

La decisione

Il Consiglio di Stato, esaminato il provvedimento dell’Antitrust e la conferma parziale del T.A.R., esclude la presenza di pratiche commerciali aggressive, ma conferma l’ingannevolezza della pratica commerciale, essendo Facebook colpevole di aver fatto credere per anni che i servizi offerti dalla piattaforma fossero gratuiti.

Secondo il Consiglio di Stato

L’obbligo di estrema chiarezza gravante sul professionista deve essere da costui assolto sin dal primo contatto, attraverso il quale debbono essere messi a disposizione del consumatore gli elementi essenziali per un’immediata percezione della offerta pubblicizzata.

    Consiglio di Stato, sentenza n. 2631 del 29 marzo 2021

In replica alle difese di Facebook, il Consiglio di Stato precisa inoltre che:

  • L’Antitrust è competente a decidere sulla condotta di Facebook. L’Antitrust ha infatti tra i suoi compiti quello di monitorare che il consumatore non subisca pratiche idonee a falsare le proprie scelte.
  • La tutela della privacy e la tutela dei diritti dei consumatori non si escludono a vicenda, ma anzi sono complementari. Tali tutele non sono state pensate per creare degli ambiti a “compartimenti stagni”, ma strumenti nati dall’esigenza di garantire “tutele multilivello” che possano amplificare il livello di garanzia dei diritti delle persone fisiche, anche quando un diritto personalissimo sia “sfruttato” a fini commerciali, indipendentemente dalla volontà dell’interessato-utente-consumatore.
  • L’eventuale “deselezione” da parte del consumatore, sarebbe comunque successiva all’iniziale profilazione e, pertanto, successiva anche allo sfruttamento commerciale da parte della piattaforma.

Il commento 

Si conferma dunque come l’utente sia stato indotto ad accedere a Facebook per ottenere dei vantaggi promessi come gratuitima che in realtà sono stati pagati tramite la profilazione dei dati personali.

Più grave è che, di questa falsa gratuità, Facebook ne abbiano fatto uno slogan.

La pronuncia, oltre ad avere il merito di smascherare l’ipocrisia delle piattaforme online gratuite, supera il tema della commerciabilità dei dati, sottolineando come la mancata informativa costituisca una pratica commerciale scorretta e, più precisamente, una pratica commerciale ingannevole.

Si rende quindi necessario ora sensibilizzare quanto più possibile le persone sullo sfruttamento dei dati da parte delle piattaforme e ragionare sul come sia possibile rivendicare in modo concreto il proprio diritto a partecipare a tale sfruttamento.

È infatti in ballo una tema da non sottovalutare: se le nostre informazioni possano essere utilizzate a nostro favore e per le finalità che decidiamo di condividere o, al contrario, debbano servire solo ad arricchire le piattaforme.

Eppure, le alternative esistono. Si pensi alla cooperativa online MIDATA, grazie alla quale un utente può scegliere quali dati personali condividere a medici o ricercatori, partecipando alla ricerca medica in modo consapevole e contribuendo allo sviluppo di nuove terapie.

In altri esempi, le creazioni artistiche condivise sui social hanno permesso la anche redistruzione degli utili.

Si pensi a Stocksy United, nata come cooperative on line per garantire un pagamento adeguato dei fotografi per i loro scatti e che – come descritto nell’interessate libro “Dalle Coop alle Co-app” di Vanni Rinaldi –  è riuscita a garantire ai propri fotografi di mantenere il 50% dei profitti generati dalla vendita delle foto (il 75% per vendite di più foto) e di ricevere un dividendo dei guadagni alla fine di ogni anno.

Questo modello di condivisione on line ha portato al risultato che, alla fine del 2015, Stocksy aveva redistribuito oltre 4 milioni di dollari in royalties ai suoi circa mille fotografi e raddoppiato il fatturato fino a 7,5 milioni di dollari.

L’alternativa quindi esiste, va solo regolamentata, magari permettendo agli utenti di poter avere effettiva contezza dell’utilizzo dei propri dati e, perché no, di poter anche trarre vantaggio dalla profilazione dei propri dati tramite la partecipazione agli utili delle piattaforme o l’impegno delle piattaforme alla realizzazione di progetti che possano portare un reale e condiviso vantaggio sociale.

Antonio Rosetta

Responsabile Nazionale Ufficio Legale di Consumerismo no profit. E’ da anni impegnato nel prestare assistenza, giudiziale e stragiudiziale, in materia di diritto del consumo. In passato ha ricoperto, sempre in favore di un’associazione consumatori iscritta al CNCU, il ruolo di Responsabile Nazionale dell’Ufficio Legale. E’ firmatario, nella qualità di legale patrocinante, di diverse class action avviate in Italia.

Ti potrebbe interessare

Back to top button