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Recovery Plan: secondo gli esperti è l’occasione per rivedere il fisco

Analisi dell'economista Canio Trione e del Giurista Enzo Varricchio

Che fine hanno fatto i danari della fiscalità ordinaria?


L’inverecondo assalto alla diligenza prodotto dalla prospettiva di intercettare i danari del recovery era prevedibile e previsto; forse voluto e determinato da coloro che lo hanno inventato e introdotto. Le classi dominanti vedono i propri appetiti e sogni sempre più vicini a placarsi, almeno momentaneamente. Nessuno però ha una idea – anche solo approssimativa – di che cosa possa essere utile realizzare per rilanciare la nostra economia. Si fantastica di strade, parchi, qualche ferrovia, o, per fare qualcosa di veramente straordinario (come straordinario dovrebbe essere tutto quello che si realizzerà con finanziamenti così straordinari) si arriva ad immaginare il ponte sullo stretto. Tutte cose che andrebbero realizzate con la fiscalità ordinaria; che invece si è totalmente volatilizzata una volta prelevata dai nostri portafogli.

Ridurre la fiscalità con i soldi del Recovery

In realtà l’obiettivo più importante sarebbe il fisco. La riforma maggiore sarebbe abolire tre quarti della macchina fiscale e sostituire in modo stabile quel gettito con i proventi del Recovery. Ma l’Europa non vede di buon occhio queste cose e quindi il nostro destino rimane quello di dedicare un giorno sì e uno no a versare danari ad un qualche ente pubblico per una sempre cangiante ragione. Pagare, pagare, pagare, e forse – ogni tanto – vedere un piccolo vantaggio come il REcovery (da restituire, naturalmente con interessi) a favore della politica e dei suoi sodali.

La digitalizzazione europea

Invece l’Europa vuole che la digitalizzazione dell’economia venga rilanciata. Ma che significa? Significa che vogliono che produciamo di più al fine esplicito di erogare più soldi sotto forma di tasse alla politica. Iniziando da quei cattivoni delle aree povere non pagano tasse come gli altri ma vorrebbero pure gli aiuti …, quindi si devono introdurre tecnologie non italiane né europee al fine di ottimizzare ed efficientare il funzionamento della PA e delle imprese. Stiamo parlando di iOSAndroidHarmonyOSWindows 10 MobileBlackBerry OSOpenmokoTizen, i principali sistemi operativi mondiali per smartphone, nonché di MacOS, Unix, Linux o Windows per pc.Ma ci rendiamo conto che tali tecnologie non sono prodotte dai nostri lavoratori e che spendere soldi in quel settore significa comprarle in America o altrove ? Non solo. Il fattore tecnologico e telematico produrrebbe efficienza che da noi aumenterebbe la disoccupazione (per fare lo stesso lavoro si impiegherebbe meno tempo e meno forza lavoro).
Non è possibile che l’Europa abbia questo tipo di obiettivo suicidario.

Un sistema operativo italiano o europeo

Quindi quel lodevole intento efficientista voluto dall’Europa va interpretato e va applicato cum grano salis, onde evitare che poi non si cada nell’effetto opposto di creare disoccupazione ed aiutare imprese straniere piuttosto che le nostre. E’ veramente strano che nessuno abbia ancora proposto di investire le risorse in arrivo dal Recovery presso le nostre Università e centri di ricerca per creare un sistema operativo, con il software e l’hardware specifici per le nostre esigenze,  che garantiscano, maggiormente di quanto già non accada oggi, la salute degli operatori e utenti, salvaguardando meglio la privacy di tutti. E’ inaccettabile che si continui a utilizzare prodotti adattati, costosi, esposti a virus e intromissioni di ogni tipo e spesso dannosi per la salute degli operatori.

Una digitalizzazione italiana: il sistema operativo AUSONIA

Ausonia, antico nome dell’Italia, potrebbe essere il nome del nuovo sistema operativo italiano e Europoid di quello europeo. Si tratta di concepire e veicolare nuovi standard operativi a misura delle nostre esigenze e con ricadute positive sulle nostre imprese, al contempo sottraendoci al pesante dazio che Android,  Apple e le altre ci impongono con i loro standard. Bisognerebbe che la PA italiana (magari anche europea) acquistasse queste tecnologie da aziende italiane (o europee) che ne curassero la creazione e la futura evoluzione in base alle nostre peculiari esigenze. Le nostre Università bisognose di fondi potrebbero partecipare alla edificazione concreta del futuro della nostra economia che non potrà essere vincente senza un nostro settore di alta tecnologia in grado di produrre e perfezionare continuamente i supporti tecnologici con primari obiettivi l’efficienza, la salute, la privacy.
Peraltro, la difesa della salute è uno degli obiettivi di base del recovery e le ingiurie che la nostra salute subisce dall’uso dei computer e delle tecnologie più moderne non possono essere a lungo ulteriormente ignorate. Che dire poi della privacy che se non soddisfatta mette a repentaglio lo stesso futuro delle nostre società ed economie?
Si tratta solo di avviare delle start up che poi opereranno da sole.

La proposta degli economisti

Naturalmente sono settori ad alta redditività e quindi potranno, indipendentemente dagli enti pubblici, restituire quanto percepito. La giusta prospettiva prevede la costituzione di newco a capitale pubblico/privato polverizzato (ogni socio potrà essere solo persona fisica con non più dell’1% del capitale sociale), partecipazione pubblica che dovrà ridursi progressivamente fino ad azzerarsi al massimo in dieci anni, prevedendo anche forme di azionariato prive di diritto di voto ma titolari di un rendimento minimo garantito; ne dovranno sorgere tante quante le varie regioni e università ne chiederanno; il management sarà di diretta emanazione della compagine societaria.
Stiamo parlando di una infrastruttura strategica essenziale che, persa questa occasione, in futuro non avremmo altra possibilità di realizzare.

di ed

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