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Carburanti crisi permanente. La risposta degli italiani e dei governi dagli anni 70 ad oggi

Dal primo shock petrolifero degli anni Settanta alle tensioni internazionali del 2026, il nuovo rapporto del Centro Studi Consumerismo racconta come siano cambiati prezzi, consumi e abitudini di mobilità. Una conclusione emerge con chiarezza: gli italiani non hanno smesso di usare l’automobile, ma hanno imparato a pagarla sempre di più.

Ogni volta che il prezzo della benzina o del gasolio aumenta, il dibattito pubblico torna sempre sullo stesso interrogativo: gli italiani stanno utilizzando meno l’auto? La crescita dei costi alla pompa spinge davvero le famiglie a cambiare le proprie abitudini di mobilità?

Per rispondere a queste domande il Centro Studi Consumerismo ha realizzato il rapporto “Carburanti e mobilità in Italia: nessuna riduzione strutturale dell’uso dell’auto emerge dagli indicatori disponibili”, uno studio che analizza oltre mezzo secolo di dati, dalle crisi petrolifere degli anni Settanta fino al primo semestre del 2026.

Il documento, scaricabile gratuitamente, ricostruisce l’evoluzione dei consumi di carburante, dei prezzi, degli spostamenti e delle principali politiche adottate dai governi italiani nel corso delle diverse emergenze energetiche.

La conclusione è per certi versi sorprendente: nonostante gli aumenti dei prezzi, le crisi internazionali, le accise e le numerose misure adottate nel tempo, non emerge una riduzione generale e permanente dell’utilizzo dell’automobile. Quello che cambia è soprattutto il peso economico che la mobilità privata esercita sui bilanci familiari.

Dagli anni Settanta a oggi: la storia si ripete

Il rapporto parte dalle due grandi crisi petrolifere degli anni Settanta, considerate il primo vero banco di prova per comprendere il rapporto tra costo dei carburanti e mobilità.

Nel 1973 l’embargo petrolifero provocò un forte aumento dei prezzi dell’energia e portò il Governo italiano ad adottare misure straordinarie che ancora oggi fanno parte della memoria collettiva: domeniche a piedi, limitazioni alla circolazione e provvedimenti di austerità. Nonostante ciò, la contrazione dei consumi energetici dei trasporti si rivelò temporanea e già nel giro di pochi anni la motorizzazione riprese il proprio percorso di crescita.

Anche durante la seconda crisi petrolifera tra il 1979 e il 1981 il numero delle automobili continuò ad aumentare, mentre i consumi energetici dei trasporti rimasero sostanzialmente stabili.

In altre parole, le famiglie non rinunciarono all’auto. Continuarono a utilizzarla, pur sostenendo costi sempre più elevati.

È proprio questo uno degli aspetti più interessanti che emerge dall’analisi storica: negli anni delle crisi petrolifere il peso della benzina sui bilanci familiari aumentò enormemente, passando dall’1,5% della spesa familiare nel 1963 al 4,6% nel 1974 fino all’8,7% nel 1980.

La risposta degli italiani: adattarsi senza fermarsi

La ricerca mostra come gli italiani abbiano sviluppato nel tempo una capacità di adattamento piuttosto che una rinuncia alla mobilità.

Quando i carburanti aumentano, le famiglie modificano i propri comportamenti: riducono gli spostamenti non indispensabili, scelgono percorsi più brevi, organizzano meglio i viaggi, utilizzano mezzi alternativi quando disponibili oppure acquistano veicoli più efficienti.

Quello che non emerge, però, è una riduzione strutturale dell’utilizzo dell’automobile. Al contrario, i dati mostrano una sostanziale tenuta della mobilità privata anche nelle fasi più critiche.

Tra il 2022 e il 2025, ad esempio, si osservano spostamenti mediamente più brevi, una maggiore presenza di trasporto collettivo, bicicletta e micromobilità e una riduzione della quota relativa dell’auto. Tuttavia non si registra una diminuzione generale del numero degli spostamenti né una contrazione persistente del traffico.

Le risposte dei governi: accise, sconti fiscali e interventi temporanei

Nel corso degli ultimi cinquant’anni i governi hanno affrontato le crisi energetiche con strumenti differenti.

Negli anni Settanta la risposta fu basata principalmente su limitazioni dirette alla circolazione e misure di austerità.

Negli anni più recenti, invece, gli interventi si sono concentrati soprattutto sul prezzo finale dei carburanti attraverso riduzioni temporanee delle accise, agevolazioni fiscali e meccanismi di contenimento dei rincari. Il rapporto ricorda, ad esempio, gli interventi straordinari adottati a partire dal 2022 per attenuare gli effetti della crisi energetica successiva all’invasione dell’Ucraina.

Anche nel primo semestre del 2026, caratterizzato dalle tensioni geopolitiche e dalle criticità legate allo Stretto di Hormuz, le riduzioni temporanee delle accise hanno contribuito a limitare gli aumenti senza però impedirli completamente.

La lezione che emerge dal rapporto è chiara: le misure pubbliche possono attenuare l’impatto economico degli aumenti, ma difficilmente modificano in modo strutturale la dipendenza dall’automobile.

Il vero problema non è l’auto, ma l’assenza di alternative

Uno dei passaggi più rilevanti dello studio riguarda il ruolo delle alternative di trasporto.

Secondo il Centro Studi Consumerismo, la stabilità della mobilità privata non deve essere interpretata come una prova dell’assenza di difficoltà economiche. Molte famiglie continuano infatti a utilizzare l’automobile semplicemente perché non possono farne a meno. L’auto resta indispensabile per raggiungere il lavoro, accompagnare i figli, accedere ai servizi sanitari e svolgere le attività quotidiane, soprattutto nelle aree dove il trasporto pubblico è insufficiente o poco efficiente.

Per questo motivo l’aumento dei carburanti può trasformarsi in un costo inevitabile, che riduce il reddito disponibile senza offrire reali possibilità di scelta.

La vera questione, dunque, non è soltanto il prezzo alla pompa, ma il grado di libertà che i cittadini hanno nel decidere come spostarsi.

Una crisi permanente

La lettura complessiva del rapporto porta a una riflessione più ampia.

Negli ultimi cinquant’anni l’Italia ha attraversato shock petroliferi, guerre, tensioni geopolitiche, inflazione energetica e continui aumenti dei carburanti. Eppure l’automobile è rimasta il pilastro della mobilità nazionale.

Se qualcosa è cambiato, non è tanto il numero di persone che guidano, quanto il sacrificio economico richiesto per continuare a farlo.

Per questo il rapporto del Centro Studi Consumerismo suggerisce di spostare il focus del dibattito pubblico: non limitarsi a osservare quanti litri di carburante vengono venduti, ma valutare quanto pesa la mobilità sui bilanci familiari, quali territori sono più esposti e quali investimenti siano necessari per offrire ai cittadini alternative realmente praticabili.

In attesa delle prossime evoluzioni del mercato energetico, una certezza emerge dai dati raccolti: gli italiani non hanno smesso di usare l’automobile. Hanno semplicemente imparato, crisi dopo crisi, a convivere con costi sempre più elevati.

Il rapporto completo “Carburanti e mobilità in Italia” del Centro Studi Consumerismo è disponibile gratuitamente e rappresenta uno strumento utile per comprendere come siano cambiati nel tempo consumi, prezzi, politiche pubbliche e comportamenti dei cittadini di fronte alle continue emergenze energetiche che hanno segnato il Paese dagli anni Settanta a oggi.

SCARICA IL RAPPORTO DEL CENTRO STUDI CONSUMERISMO

Il Centro Studi Consumerismo è guidato da Francesco Paolo D’Amico e Francesca Sebastio.

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