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Il Filo e la Bussola: la Moda Italiana. Fragilità e nuovi orizzonti

Oltre i numeri del fatturato: la metamorfosi di un settore che punta su formazione, dazi equi e nuovi mercati. L’Italia della moda non si ferma e trasforma la fragilità attuale in una nuova cartografia del valore.

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C’è un momento, nella vita di un sistema, in cui la contrazione non è declino ma riorganizzazione. Un momento in cui i numeri raccontano difficoltà, ma le traiettorie disegnano possibilità. La moda italiana sta attraversando esattamente questa soglia: non la fine di un’era, ma la sua metamorfosi. La Milano Fashion Week Uomo, appena conclusa con 76 appuntamenti tra sfilate fisiche, digitali e presentazioni, non è stata solo una vetrina di collezioni. È stata una dichiarazione d’intenti: l’Italia del Made in Italy non si arrende alla complessità, la attraversa.

Il peso della fragilità

I numeri parlano chiaro. Il 2025 si è chiuso con una contrazione del fatturato stimata al -3%, che tradotto in cifre assolute significa oltre 10 miliardi persi negli ultimi due anni. Un settore che vale il 5% del PIL italiano, 100 miliardi di euro di turnover, oltre 500.000 lavoratori e più di 50.000 imprese, non può permettersi di sottovalutare questi segnali. La geografia dei risultati rivela asimmetrie profonde. Abbigliamento, pelletteria e calzature tengono, mentre gioielleria, cosmesi e occhialeria soffrono maggiormente. Ma è sul fronte delle esportazioni che si legge la vera mappa del cambiamento: la Cina crolla del -19,8%, l’extra-UE segna un -9% complessivo, mentre gli Stati Uniti resistono con un +2,3% nei settori core, e il Medio Oriente cresce a doppia cifra nel calzaturiero. Non è solo una riconfigurazione commerciale. È un riposizionamento geopolitico della filiera.

L’accordo MERCOSUR-UE: una finestra che si apre mentre altre si chiudono

Proprio mentre la moda italiana ridisegna le sue rotte, l’Europa compie un gesto storico. Il 17 gennaio 2026, ad Asunción, in Paraguay, è stato firmato l’accordo di partenariato tra Unione Europea e MERCOSUR, dopo oltre 25 anni di negoziati. Un trattato che elimina più del 90% dei dazi su beni e servizi, creando una delle più grandi aree di libero scambio al mondo: oltre 700 milioni di consumatori, il 30% del PIL globale. Per l’industria della moda italiana, questo accordo rappresenta un’opportunità concreta. Il MERCOSUR — Argentina, Brasile, Paraguay e Uruguay — è un mercato ancora relativamente inesplorato dal lusso europeo, con una classe media in espansione e una crescente domanda di prodotti ad alto valore aggiunto. L’eliminazione delle barriere tariffarie apre corridoi che prima erano ostruiti da dazi del 35% su tessile e abbigliamento.

Ma c’è di più. In un momento storico in cui gli Stati Uniti minacciano nuove ondate protezionistiche e la Cina rallenta i consumi interni, avere accesso privilegiato a un mercato alternativo, diversificato e culturalmente affine all’estetica europea non è un dettaglio. È strategia. Come ha dichiarato Ursula von der Leyen durante la cerimonia di firma: “Scegliamo il commercio equo rispetto ai dazi. Scegliamo una partnership produttiva a lungo termine rispetto all’isolamento.” È un messaggio che risuona ben oltre i confini del commercio agricolo o automobilistico: parla a chi produce valore attraverso creatività, artigianalità, identità.

 

 

 

Le contromisure: dal difensivo allo strategico

Il sistema moda italiano non sta a guardare. Confindustria Moda e Camera Nazionale della Moda Italiana stanno spingendo su tre fronti paralleli.

Il primo è la protezione del mercato interno: eliminazione dell’esenzione dazi sui pacchi extra-UE sotto i 150 euro, sostegno alle misure contro l’ultra-fast fashion, richiesta di un contributo governativo per ogni spedizione proveniente da Paesi terzi. Non è protezionismo cieco: è riequilibrio competitivo. Non si può chiedere alle imprese italiane di rispettare standard ambientali, sociali e qualitativi, e poi lasciare che il mercato sia invaso da prodotti che quei costi non li sostengono.

Il secondo fronte è la formazione. La riforma degli ITS, la creazione del Liceo del Made in Italy, il sostegno alla digitalizzazione attraverso Transizione 4.0 e i crediti d’imposta per R&S che includano ricerca, ideazione estetica e realizzazione prototipi non sono interventi cosmetici. Sono investimenti sulla capacità di rigenerarsi. In un mondo dove il talento è la nuova materia prima strategica, formare giovani capaci di unire manualità e visione è l’unico modo per non diventare subappaltatori del lusso altrui.

Il terzo fronte è la tracciabilità. La piattaforma digitale open source per la certificazione sostenibile, promossa da CNMI e Confindustria Moda, è la risposta strutturale alla domanda crescente di trasparenza. In un’epoca in cui il consumatore informato chiede di sapere dove nasce un tessuto, chi lo ha lavorato, quale impatto ha generato, la tracciabilità non è un costo: è un vantaggio competitivo.

Milano Cortina 2026: la moda incontra lo sport

Non è un caso che la Fashion Week di gennaio si sia intrecciata con l’avvicinamento ai Giochi Olimpici e Paralimpici di Milano Cortina 2026. EA7 Emporio Armani ha celebrato in store le divise di Team Italia. Ralph Lauren, al suo debutto milanese dopo vent’anni, ha sfilato con una collezione che evocava l’immaginario montano americano, preparandosi a vestire Team USA. Dsquared2 ha giocato con ironia sull’iconografia olimpica, creando calzature ibride che fondono tacco e scarpone da sci.

È la dimostrazione che la moda non è un settore isolato. È un sistema di significati che si connette con lo sport, con il territorio, con l’identità nazionale. E quando un Paese ospita i Giochi, la moda diventa ambasciatore silenzioso di un’intera cultura.

L’Italia come piattaforma di valore

Guardando il quadro complessivo, emerge una verità spesso trascurata: l’Italia è ancora il primo esportatore europeo e il secondo mondiale di moda dopo la Cina. Nel menswear, detiene l’8% del mercato globale. Non siamo un Paese in ritirata: siamo un Paese in transizione.

Ma la transizione richiede visione. Richiede la capacità di leggere i segnali deboli — il crollo cinese, la resilienza americana, la crescita mediorientale, l’apertura sudamericana — e trasformarli in rotta. Richiede il coraggio di difendere il proprio modello produttivo senza chiudersi, di investire nei giovani senza perdere la sapienza degli artigiani, di abbracciare la tecnologia senza dimenticare che la mano umana resta il vero differenziale.

Una nuova cartografia del valore

L’accordo MERCOSUR-UE, la Fashion Week, le misure di policy, la formazione: sono tessere di un mosaico più grande. Un mosaico che disegna una nuova cartografia del valore, dove l’Italia può posizionarsi non come museo del bello passato, ma come laboratorio del bello futuro.

In un tempo in cui l’unilateralismo isola e il protezionismo inibisce la crescita, scegliere la via del partenariato multilaterale non è debolezza: è intelligenza strategica. E la moda, con la sua capacità di anticipare tendenze e creare desiderio, può essere la punta di diamante di questa strategia.

Il filo che unisce Milano ad Asunción, Firenze a San Paolo, Como a Buenos Aires non è solo seta o lana. È fiducia. È la convinzione che il valore si costruisce insieme, attraverso filiere trasparenti, accordi equi, visioni condivise.

La moda italiana non sta cercando di sopravvivere. Sta cercando di ridefinire le regole del gioco. E in questo, come sempre, anticipa il tempo.

 

Foto di copertina: Warped – Guitar Press Office

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