Dalla sede italiana del Parlamento Europeo il lancio del MANIFESTO DI ROMA PER L'ENERGIA: resilienza e tutela del consumatore nelle riflessioni di uno dei promotori, Davide Maestri, direttore del Centro Studi di Consumerismo.
Davide Maestri direttore centro studi Consumerismo
È il calco di un’economia, di una cultura, di una postura. Chi controlla l’energia controlla la direzione di una società, e lo sa prima di noi chi quei flussi li legge quotidianamente nelle sale operative. Quello che facciamo in superficie, ai tavoli, è portare quella lettura alla luce e darle una cornice politica. Non sostituiamo chi lavora nel sepolto: traduciamo il loro mestiere in decisione.
Parto da un dato, perché è lì che la geopolitica diventa corpo: la bolletta di una famiglia. Il prezzo che si paga una sera d’inverno è il prodotto di una catena scritta a migliaia di chilometri di distanza. Un giacimento, un corridoio, una clausola di fornitura, una decisione presa in una capitale che quella famiglia non vedrà mai. Il cittadino non è il margine debole del sistema; è la sua superficie esposta. Il punto in cui la pressione strutturale diventa visibile. Se non difendiamo quello, non stiamo difendendo niente. Da qui occorre partire, perché è da qui che si capisce cosa è cambiato.
Per vent’anni abbiamo descritto il mercato energetico con quattro parole: liberalizzazione, tutela, concorrenza, integrazione. Restano valide, ma si rivelano insufficienti. Il consumatore residenziale non compete più soltanto con quello industriale per la stessa energia. Compete con i data center, la cui domanda cresce a ritmi esponenziali. Compete con le architetture di difesa, la cui priorità è definita da logiche estranee al mercato. Compete con traiettorie di elettrificazione che i singoli Stati affrontano con dotazioni, tempi e vulnerabilità asimmetriche.
Tre domande, tre logiche diverse, una sola rete. Le categorie classiche ne leggono una alla volta; servono strumenti capaci di leggerle insieme.
Alcuni relatori lo hanno spiegato attraverso la statistica economica e la sostenibilità: le emergenze contingenti non possono dettare le priorità di policy, perché mascherano le debolezze strutturali e, spesso, le aggravano. È esattamente la premessa da cui parte il framework che abbiamo presentato: una diagnosi che distingue lo shock congiunturale dalla fragilità di fondo. La febbre dal sistema immunitario.
Dopo il 2022 l’Europa ha sostituito i fornitori. Ha cambiato i nomi sui contratti, ma ha mantenuto lo stesso modello. La diversificazione geografica dei partner, senza una diversificazione strutturale del modello, non è una strategia. È lo stesso errore commesso in una lingua diversa.
Il corridoio che dovrebbe correggerlo esiste già sulla carta e unisce Baku al Sulcis, attraverso la Turchia, la Grecia e l’Adriatico. In tre anni è diventato un asse primario. Visegrád eredita un’architettura infrastrutturale orientata a est e deve ricalibrarla verso sud e verso ovest. Il Sud Europa è esposto sul fianco mediterraneo per natura. Il Nord Africa non è più un semplice fornitore, ma l’interlocutore di un partenariato ampio che include idrogeno verde, interconnessioni elettriche e cooperazione regolatoria.
Separate, queste regioni restano periferie di decisioni prese altrove. Il fianco est impara dal fianco sud; il fianco sud impara dal fianco est. Insieme diventano più di un corridoio: si trasformano in un’architettura di sincronizzazione tra filiere a rilevanza sistemica. Nessun Paese europeo, da solo, possiede la profondità strategica per governare questa transizione. Non è un’opinione, è un’aritmetica di scala.
C’è un punto che a Roma ho tenuto per ultimo, e lo tengo per ultimo anche qui. Lo scenario che abbiamo davanti non somiglia a nessuno dei precedenti. Non è una guerra tradizionale: si combatte sulle menti, sulle percezioni, sulla capacità di leggere prima e meglio degli altri. L’equilibrio dell’ordine mondiale oscilla come un pendolo che non si è ancora fermato, e forse non si fermerà presto.
In un contesto simile, la difesa non è solo militare. Cultura della difesa significa proteggere ciò che tiene in piedi un Paese: le filiere, le reti, i dati, le decisioni. La difesa è anche economica, è anche tutela del consumatore. La difesa economica è una funzione di Stato, non un capitolo di bilancio. L’intelligence economica che la sostiene è igiene decisionale, non un gesto eccezionale.
Su questo aspetto la voce più precisa della mattinata è stata quella della professoressa Mariarosaria Taddeo. Dall’Oxford Internet Institute e dall’Alan Turing Institute, lavora da anni sull’etica delle tecnologie della difesa e sulla governance dei dati. Il suo contributo non costituisce un supplemento morale all’analisi tecnica, ma ne è parte integrante. In un dominio in cui i dati sono contemporaneamente infrastruttura, arma e prova, la cornice etica non rallenta la decisione: la rende difendibile.
Chi costruisce capacità di difesa senza costruirne la legittimità, edifica qualcosa che non reggerà al primo esame pubblico. È una lezione che vale per gli Stati come per le istituzioni che li servono.
Serve un salto, non un semplice aggiustamento. Coagulare l’interesse europeo e quello dei suoi partner non è un esercizio diplomatico; è una funzione di Stato che oggi nessuno esercita con la profondità necessaria. È elaborazione di posture, è la capacità di tradurre un settore di interesse nazionale in una decisione coordinata tra più tavoli.
Chi prepara i dossier lo sa. Le scrivanie operative, non quelle dei comunicati, lavorano già su questo perimetro. Il problema non è la diagnosi, ma la cornice politica entro cui la diagnosi diventa atto. Ognuno possiede un pezzo del mosaico: le istituzioni europee hanno gli strumenti finanziari, i governi nazionali la legittimazione politica, i regolatori il know-how tecnico, le associazioni il radicamento territoriale e le strutture di analisi il mestiere di leggere il sepolto. Nessuno di questi soggetti, da solo, compie il salto. Tutti insieme, sì.
Quello che manca non sono i comunicati congiunti, sono le valutazioni congiunte. Una produzione analitica condivisa tra peer che già si riconoscono. È un’altra cosa, ed è il terreno su cui l’Europa e i suoi alleati si misureranno nei prossimi ventiquattro mesi. Vale tra istituzioni civili e vale, allo stesso modo, tra le strutture che di questa lettura fanno un mestiere, in Italia e nelle capitali alleate che condividono lo stesso perimetro.
Il framework presentato a Roma serve a questo. Non sostituisce le categorie classiche, le integra su un piano superiore. Legge simultaneamente la pressione strutturale, la traiettoria di medio periodo e la posizione dei cittadini dentro la riconfigurazione. È un ciclo analitico applicato a un dominio che il ciclo classico, da solo, non copre più. Una ricoltivazione di un terreno che l’Europa ha lasciato indurirsi.
Si dice spesso che il mondo stia crollando, che siano venuti meno i muri portanti. È un’immagine forte, ma è anche un’immagine che paralizza. Quello che ho visto nella sede del Parlamento Europeo durante questo evento non era un crollo; era una ricomposizione. E nelle ricomposizioni si aprono occasioni per chi costruisce mentre gli altri si limitano a commentare.
Il memorandum firmato non è un punto di arrivo. È una soglia. Dietro la cornice di un giorno c’è una mappa più articolata, che chi conosce questi dossier individua senza il bisogno che la si disegni in pubblico.
Il tavolo è aperto. Il lavoro vero comincia adesso.