L’intervento di Emilio Engst racconta la nascita di Tivoli CER e il percorso tecnico, economico e istituzionale che sta trasformando Tivoli in un modello concreto di transizione energetica a governance pubblica.
Nel corso del convegno “Tivoli: Città della luce e dell’energia”, la città ha presentato alla comunità il progetto Tivoli CER, un modello di Comunità Energetica Rinnovabile a governance pubblica, pensato per produrre energia pulita sul territorio e generare benefici ambientali, economici e sociali. A seguire pubblichiamo l’intervento di Emilio Engst, Presidente di ASA Servizi Srl, che ha ricostruito il percorso di sviluppo del progetto e la visione che lo sostiene.
Rivolgo un saluto alle autorità, ai relatori e ai cittadini, e un ringraziamento per aver preso parte a un appuntamento ospitato in un luogo che più di molti altri racconta cosa significano per Tivoli energia, ingegno e visione, il Santuario di Ercole Vincitore.
Parlare oggi di energia rinnovabile a Tivoli non è un esercizio di modernità.
È, semmai, un esercizio di memoria.
Tivoli è una città che ha prodotto energia in modo concreto e visibile. Per secoli l’acqua e il dislivello naturale sono stati utilizzati per far funzionare mulini, opifici, impianti industriali e sistemi di illuminazione.
Quell’energia serviva a far lavorare le persone, a far crescere l’economia locale, a rendere la città autonoma. Oggi useremmo la parola “sostenibile”. All’epoca era semplicemente una scelta pratica e necessaria.
Questo per dire che Tivoli non sta inseguendo una moda. Sta riprendendo un filo della propria storia.
Tivoli CER non nasce da un bando, non nasce da una strategia scritta a tavolino, e soprattutto non nasce da un power point. Nasce da un luogo molto concreto. Un luogo che tutti conosciamo.
Il parcheggio di Piazza Massimo.
Una grande superficie centrale, completamente impermeabilizzata, pensata per rispondere a un’esigenza concreta della città. Un’infrastruttura utile, che ha svolto e svolge la sua funzione.
A un certo punto, però, ci siamo fatti una domanda diversa:
possibile che da una superficie così estesa non possa nascere qualcosa di nuovo? Possibile che anche dal cemento non possa nascere un fiore?
È da questa domanda, più che da una critica, che nasce il progetto.
A un certo punto ci siamo fatti una domanda semplice: possibile che nel cuore della città l’unica funzione di quello spazio sia parcheggiare? Possibile che tutto quel cemento non possa restituire altroa alla città?
Da qui nasce l’idea di pannellare Piazza Massimo.
Naturalmente, tra l’idea e la sua realizzazione non è stato tutto semplice.
Quel parcheggio insiste in una zona di grande pregio storico e paesaggistico, e quando abbiamo iniziato a ragionare sulla possibilità di installare un impianto fotovoltaico, in molti ci hanno guardato con un’espressione che oscillava tra lo scettico e il divertito.
Diciamolo con sincerità: c’è stato chi ci ha detto che eravamo un po’ matti.
Che un’autorizzazione paesaggistica non l’avremmo mai vista.
Ed è stato proprio in questa fase che il progetto ha compiuto un primo salto di qualità.
Il confronto con i vincoli paesaggistici non è stato vissuto come un ostacolo da aggirare, ma come un elemento da comprendere e integrare nella progettazione.
È stato un lavoro fatto con attenzione, competenza e dialogo istituzionale, che ha dimostrato come la tutela del paesaggio e l’innovazione tecnologica possano convivere, se affrontate con rispetto e con una progettazione seria e consapevole.
Ed è a questo punto che nasce una seconda domanda, molto più interessante: ha senso fermarsi a un singolo impianto, o possiamo costruire qualcosa che duri più di una giunta, più di un mandato, più di un progetto?
Da lì il ragionamento cambia prospettiva. Non si tratta più di realizzare un impianto, ma di costruire un modello: un modello capace di crescere nel tempo, di essere replicato su altre superfici pubbliche, di coinvolgere progressivamente cittadini e imprese, e di produrre benefici stabili per la città.
È in quel momento che il fotovoltaico smette di essere un intervento puntuale e diventa una politica pubblica.
E qui nasce Tivoli CER.
Dal singolo impianto a una scelta di sistema
È a partire da questa riflessione che il progetto compie un ulteriore passo in avanti. Non per accelerazione improvvisa, ma per evoluzione naturale.
Perché, quando ci si chiede di costruire qualcosa che duri nel tempo, il tema non è più soltanto dove installare un impianto, ma come una città sceglie di governare l’energia.
Per troppo tempo l’energia è stata:
– qualcosa che arriva da fuori,
– una bolletta da subire,
– una materia riservata a tecnici molto competenti… e a cittadini molto pazienti.
Le Comunità Energetiche Rinnovabili non nascono per rovesciare questo schema, ma per correggerlo.
Dicono una cosa molto semplice, ma dirompente: l’energia può tornare a essere un bene della comunità.
Prodotta sul territorio.
Condivisa.
E con benefici che restano qui, invece di disperdersi altrove.
Per un Comune questo non è solo ambiente.
È politica pubblica, nel senso migliore del termine.
Quando parliamo di Tivoli CER, è importante chiarire subito cosa sia, ma anche cosa non sia.
Tivoli CER non è soltanto un impianto fotovoltaico.
Un impianto produce energia, ma resta un oggetto tecnico.
Qui invece stiamo parlando di qualcosa di diverso.
Tivoli CER non è una società che vende energia sul mercato.
Non nasce per fare business, ma per organizzare in modo diverso un bene essenziale.
E non è nemmeno un progetto “green” messo lì per fare bella figura, perché non vive di slogan, ma di scelte amministrative, di numeri e di regole.
Tivoli CER è piuttosto un’infrastruttura pubblica immateriale.
Un’infrastruttura che non si vede come una strada o un edificio, ma che serve a far funzionare meglio il rapporto tra produzione, consumo e benefici economici dell’energia.
In concreto, significa utilizzare superfici pubbliche già esistenti, valorizzando parcheggi, coperture e immobili comunali, senza consumare nuovo suolo e senza sottrarre spazi alla città.
Significa anche una cosa molto chiara dal punto di vista amministrativo:
non scaricare costi sul bilancio comunale, ma costruire un modello che si regge su equilibri propri e su una visione di medio-lungo periodo.
Ed è proprio questa la differenza principale:
Tivoli CER non è un progetto da inaugurare, ma un modello che può crescere nel tempo,
estendersi ad altre superfici, coinvolgere progressivamente cittadini e imprese, senza dover essere reinventato ogni volta.
Qui entra in gioco un tema importante, che va oltre il singolo progetto: il ruolo delle società pubbliche di prossimità, come ASA Servizi.
Per anni abbiamo pensato che una partecipata, se non era grande, dovesse semplicemente accontentarsi di “fare bene il compitino”. In molti casi, questa idea è diventata quasi un luogo comune: piccolo uguale inefficiente, piccolo uguale marginale.
Io credo il contrario. E lo credo oggi, non in astratto, ma guardando a ciò che stiamo facendo.
Le società pubbliche di prossimità non devono diventare più grandi. Devono diventare più intelligenti.
ASA Servizi non nasce per imitare una multiutility nazionale. E, francamente, non avrebbe neppure senso provarci. Il suo valore sta altrove.
Sta nell’essere radicata nel territorio, nel conoscere i luoghi, i problemi e le opportunità.
Sta nell’essere flessibile, capace di adattarsi e di costruire soluzioni su misura.
E sta soprattutto nella capacità di trasformare un problema urbano in una soluzione pubblica.
Con Tivoli CER, ASA Servizi compie un salto di qualità importante.
Non è più soltanto un soggetto che gestisce un servizio, ma diventa un abilitatore di politiche pubbliche.
Passa da esecutore a partner strategico dell’Amministrazione. E da società “che fa servizi” a società che contribuisce a costruire politiche pubbliche complesse, capaci di generare valore nel tempo.
Questa, secondo me, è la vera evoluzione delle società pubbliche di prossimità: non crescere per dimensione, ma crescere per ruolo, responsabilità e visione.
Non è una scatola per giuristi.
È una scelta consapevole di governance.
È un modo per dare al progetto una struttura stabile, capace di attraversare il tempo, evitando che venga smontato e rimontato a ogni cambio di stagione amministrativa, in nome di quella che talvolta chiamiamo creatività normativa.
In altre parole, è lo strumento che consente a un’idea di lungo periodo di diventare una politica pubblica duratura.
In concreto, la fondazione avrà il compito di coordinare lo sviluppo delle Comunità Energetiche, gestire i rapporti tra i soggetti pubblici e privati aderenti, e garantire che i benefici economici e ambientali prodotti restino sul territorio, nel rispetto degli obiettivi di interesse generale.
I benefici delle Comunità Energetiche Rinnovabili non sono promesse astratte. Sono effetti concreti, misurabili, che si producono su più livelli.
Per il Comune, innanzitutto, significa rafforzare l’autonomia energetica, riducendo nel tempo la dipendenza dai mercati esterni e limitando l’esposizione alla volatilità dei prezzi dell’energia, con un effetto diretto sulla stabilità e sulla programmabilità dei costi.
Per cittadini e imprese, le CER rappresentano una opportunità reale di partecipazione.
Non sono semplici destinatari di un servizio, ma soggetti coinvolti in un modello che consente risparmi concreti e una relazione più consapevole con il tema dell’energia.
Per la città nel suo complesso, infine, il beneficio è ancora più ampio: valore economico che resta sul territorio, maggiore attrattività, e la costruzione di una prospettiva di futuro legata a sostenibilità, innovazione e coesione sociale.
E tutto questo avviene senza oneri per l’Amministrazione comunale.
Che, permettetemi di dirlo, nel 2026 non è un dettaglio, ma una condizione essenziale per parlare seriamente di politiche pubbliche.
Tivoli CER nasce da un parcheggio.
Da una superficie pubblica pensata per svolgere una funzione utile, che abbiamo scelto di far lavorare anche in un altro modo.
Da lì nasce l’idea di produrre energia senza consumare nuovo suolo, di trasformare uno spazio esistente in una risorsa per la comunità.
È per questo che Tivoli CER non parla solo di pannelli.
Parla di una città che decide di usare meglio ciò che ha e di assumersi una responsabilità collettiva sul proprio futuro energetico.
Tivoli non diventa la città della luce perché accende uno o più impianti, ma perché sceglie di governare l’energia come un bene comune, attraverso una visione condivisa, stabile e orientata al lungo periodo.
Grazie.