Editoriale di Luigi Gabriele, Presidente di Consumerismo No Profit — la lobby indipendente dei consumatori italiani
giorgia meloni
Presidente,
le scrivo da una posizione che non ha colore politico e non ne avrà mai. Rappresento persone che non si chiedono chi ha votato il vicino di casa, ma quanto costerà riempire il carrello sabato prossimo. E le scrivo perché credo che chi la circonda le stia nascondendo una verità semplice: ogni volta che ascolta i lobbisti e le aziende invece dei cittadini, perde un pezzo di consenso. Non lo perde a favore di un altro partito. Lo perde e basta, nella sfiducia, nell’astensione, nella rabbia di chi ha smesso di credere che qualcuno lo stia difendendo.
C’è stato un tempo in cui le aziende aspettavano in anticamera la politica. Chiedevano udienza, portavano dossier, ascoltavano condizioni. La politica decideva e le imprese si adeguavano all’interesse generale, come lo definiva chi aveva ricevuto un mandato dai cittadini. Non era un’epoca d’oro, ma la gerarchia era chiara.
Oggi l’anticamera si è rovesciata. È la politica che aspetta fuori dalla porta delle aziende. Lo si vede ogni anno a Cernobbio, dove ministri di peso e vertici istituzionali fanno la fila per essere ricevuti da chi, il giorno dopo, presenterà il conto. Quest’anno il conto lo ha presentato la lobby delle imprese elettriche: uno studio che chiede al Paese qualcosa come 200 miliardi di investimenti in rete, una cifra paragonabile all’intero PNRR, da caricare in ultima istanza sulle bollette di chi paga già le più alte d’Europa. E la politica era lì, seduta in platea, ad applaudire.
Le spiego il meccanismo, perché nessuno dei suoi consiglieri lo farà. Le aziende dell’energia, dei trasporti, dei servizi pubblici stanno scaricando l’intero onere della crisi sui cittadini. Ogni rincaro, ogni onere di rete, ogni adeguamento tariffario, ogni taglio di servizio finisce sulla stessa persona: l’utente. E l’utente, che non può rivolgersi a un consiglio di amministrazione, si rivolge a chi governa. Attribuisce a lei responsabilità che, in realtà, sono di altri. Le aziende incassano, lei paga il prezzo politico. È l’affare del secolo, e lo sta finanziando lei con il suo consenso.
Si chieda allora chi guadagna da tutto questo. Non lo Stato italiano, che vede crescere la spesa sociale e calare la fiducia. Non i cittadini, che pagano di più per avere di meno. Guadagnano le aziende dell’energia, a cominciare da quelle a partecipazione pubblica, che hanno chiuso bilanci record mentre le famiglie chiudevano i rubinetti e le imprese chiudevano le serrande. Perché è questo che sta accadendo nelle nostre città: negozi, laboratori, piccole attività che non reggono più il costo dell’energia e cessano. Non per colpa del mercato globale, ma per l’insaziabilità di chi produce, distribuisce e vende, spesso nella stessa filiera, e guadagna a ogni passaggio.
Ricordi che cosa hanno chiesto queste aziende nel momento più acuto della crisi dei prezzi: la fine della tutela e il libero mercato. Lo hanno ottenuto. Poi hanno chiesto risorse per il nucleare, e le stanno chiedendo ancora. Adesso chiedono 200 miliardi per l’adeguamento della rete. Non hanno avuto una remora, un’esitazione, una pausa. Ogni crisi è stata un’occasione per chiedere di più, e ogni Governo ha risposto di sì. Il suo compreso.
Guardi il resto, Presidente, perché il quadro è coerente. I trasporti ferroviari, con ritardi diventati normalità, stazioni sempre più insicure e prezzi che salgono anche quando il servizio scende. I servizi sanitari, abbandonati al punto che la lista d’attesa è ormai una condanna e la visita privata l’unica alternativa, per chi può permettersela. La scuola, che ogni settembre presenta alle famiglie un conto che molte non riescono più a chiudere. Il carburante, che non trova pace e si scarica su ogni bene trasportato, cioè su tutto.
Tutto questo peggiora insieme, e peggiora insieme a un’altra cosa: il potere d’acquisto, che negli ultimi dieci anni si è ridotto di oltre un terzo e che è diventato la vera e propria ossessione degli italiani. Non di una parte politica. Di tutti. Chi ha votato lei e chi non l’ha votata fanno la stessa spesa, pagano la stessa bolletta, aspettano lo stesso treno. Il potere d’acquisto è l’unico tema che oggi unisce il Paese, ed è l’unico su cui il Governo non sta parlando ai cittadini ma alle aziende.
A Roma, a Pietralata, pochi giorni fa una famiglia ha lasciato una frase scritta a mano: «Da soli non ce la facciamo più». Non spetta a me, né a lei, dire oggi che cosa abbia portato quella famiglia a un gesto che nessuna spiegazione potrà mai contenere. Ci sono indagini in corso e vanno rispettate. Ma quella frase la dovrebbe tenere sulla scrivania, perché è la stessa che, con parole meno definitive, arriva ogni giorno ai nostri sportelli. Uno Stato che lascia sole le persone nel momento della difficoltà non perde un voto. Perde la ragione stessa per cui esiste.
Ecco l’appello. Se vuole riavvicinare gli italiani, smetta di cercarli come elettori di un colore politico. Non esistono più, e forse non sono mai esistiti. Esistono cittadini utenti: persone che ventiquattro ore al giorno comprano, pagano, viaggiano, si curano, mandano i figli a scuola. Si rivolga a loro per quello che sono, e parli di quello di cui parlano loro. Non le serve un altro tavolo con i portatori d’interesse. Le serve l’interesse dei cittadini, che non ha lobbisti, non commissiona studi e non va a Cernobbio.
Gli italiani, Presidente, non si riconquistano parlando a loro come elettori. Si riconquistano trattandoli come cittadini che hanno un problema, e risolvendoglielo. Se continuerà ad ascoltare chi la circonda, i lobbisti e le aziende, non sarà l’opposizione a batterla. Saranno le bollette.
Con rispetto e senza deferenza,
Luigi Gabriele
Presidente di Consumerismo No Profit — la lobby indipendente dei consumatori italiani