Oltre il pregiudizio: perché L’Aquila deve una piazza a Silvio Berlusconi.
L'Aquila 1 luglio 2026
Sono stato a L’Aquila il 1° luglio 2026. Erano esattamente diciassette anni che non vi mettevo piede. Per motivi professionali mi sono recato nel capoluogo abruzzese e devo dire che sono rimasto stupito. Ho avuto la possibilità di visitare il palazzo municipale, Piazza Palazzo, il centro storico, i portici, Piazza Duomo e la fortezza — oggi museo — osservando anche i dintorni della città durante gli spostamenti autostradali.
Cosa ho trovato? Un miracolo, se rapportato ai tempi di una ricostruzione che non ha riguardato territori sparsi, ma un’intera città del Cinquecento, con le sue mura medievali, le sue chiese e un immenso patrimonio di edifici storici, pubblici e privati. Diciassette anni per noi sembrano molti; per la ricostruzione di un centro storico di quella complessità, sono un tempo relativamente breve.
L’impressione diretta trova conferma nei dati. A diciassette anni dal sisma del 6 aprile 2009, la ricostruzione privata è ormai prossima al completamento — attorno al 96% — mentre quella pubblica resta più indietro, ferma intorno al 60%. Il centro storico mostra segnali concreti di ripopolamento, con un aumento del 15% dei residenti, e l’intero Comune registra una crescita del 2% dal 2017, con una significativa riduzione delle persone ancora ospitate nei moduli emergenziali.
Sul fronte dei finanziamenti, il 2026 porta con sé un nuovo rifinanziamento della ricostruzione del cratere per un miliardo di euro (200 milioni da legge di bilancio, 800 milioni da decreto interministeriale), a cui si aggiungono oltre 425 milioni per 80 interventi comunali, oltre 117 milioni per 22 interventi scolastici, 1,257 miliardi dall’Accordo per lo Sviluppo e la Coesione e 18 milioni dal programma Restart. Sono cifre che segnalano il passaggio, ormai maturo, da una logica di pura riparazione a una di rilancio territoriale — confermata anche dalla crescita degli iscritti all’Università dell’Aquila, al GSSI, all’Accademia di Belle Arti e al Conservatorio.
Ma è proprio sul versante pubblico che restano le criticità più evidenti: circa 3.500 studenti sono ancora ospitati in strutture scolastiche provvisorie. È un dato che ridimensiona, senza cancellarlo, l’entusiasmo per quanto visto di persona: alcuni cittadini restano critici, non a torto, sulle mancanze del patrimonio scolastico, anche se sono spesso gli stessi cittadini ad aver mostrato fiducia nei moduli post-sisma per le scuole d’infanzia e primarie, ritenuti più sicuri di un tradizionale edificio storico, pertanto si è dato preferenza ad altro, piuttosto che alle scuole.
Quanto al patrimonio monumentale, la rapidità di alcuni interventi resta impressionante sul piano umano prima ancora che tecnico: penso alla torre municipale, che in fase di sisma ebbe un effetto a martello sull’edificio principale del Comune, tanto da richiedere il distacco strutturale in fase di ricostruzione; o alle numerose chiese oggi restituite al culto, dove solo diciassette anni fa c’erano macerie. Ricostruire con dedizione un edificio storico non è come demolire e ricostruire un’abitazione moderna: significa riportare alla luce, con pazienza, l’essenza di quegli edifici e la memoria di chi ne volle la nascita.
Il ruolo delle istituzioni nazionali nella prima fase fu decisivo e, insieme, molto discusso. Silvio Berlusconi, allora presidente del Consiglio, impresse una fortissima personalizzazione alla gestione dell’emergenza, puntando su una governance centralizzata, un’esposizione mediatica intensa e una spinta costante verso soluzioni abitative rapide per gli sfollati — culminata anche in una raccolta fondi internazionale a cui parteciparono diversi paesi. Guido Bertolaso, allora capo della Protezione Civile, fu il principale regista operativo di quella fase: la figura di maggiore concentrazione di potere tecnico-amministrativo del post-sisma aquilano.
È un giudizio che, a mio avviso, merita di essere riconosciuto: quel modello garantì velocità nella risposta immediata, privilegiando peraltro le maestranze del territorio, anche se consorziate con aziende esterne. Ma è onesto — ed è un dovere, prima di tutto verso i cittadini che quella stagione l’hanno vissuta — ricordare che lo stesso modello accentrato ridusse, nella prima fase, il peso delle istituzioni locali nelle scelte strategiche, e che questo è tuttora uno dei tratti più discussi, sul piano democratico, del “caso L’Aquila”.
Un bilancio onesto, a diciassette anni di distanza, non può nemmeno ignorare il fronte giudiziario. Già dal 2010 emersero i primi casi legati a ipotesi di corruzione nella gestione post-sisma. Nel 2014 la Procura dell’Aquila contestò un sistema di tangenti e favori negli appalti della ricostruzione, con arresti che coinvolsero professionisti e soggetti legati ai lavori di messa in sicurezza. Nel 2016 una nuova inchiesta sul “Piano Abruzzo” portò a ulteriori misure cautelari per corruzione e turbativa d’asta.
Va detto, con la stessa onestà, che non tutte queste vicende si sono tradotte in responsabilità definitive: nell’inchiesta “Redde Rationem”, a sei anni dall’apertura, nel 2021 sono arrivate assoluzioni per tutti gli imputati. È un elemento che invita alla cautela nel distinguere fra quadro investigativo, esito processuale e responsabilità accertate — ma che non autorizza a liquidare l’intera vicenda giudiziaria come mero accanimento mediatico. Le due cose, ricostruzione riuscita e necessità di vigilanza sulla legalità degli appalti, non sono in contraddizione: sono, semmai, la stessa lezione vista da due angolazioni.
Alla luce di tutto questo, il bilancio complessivo resta nettamente positivo: L’Aquila è una città tornata a vivere, capace di restituire un centro storico del Cinquecento in larga parte ricostruito e messo in sicurezza sismica — un caso che, difficilmente, trova eguali altrove. È un risultato che merita di essere raccontato, senza però tacere i nodi ancora aperti sul patrimonio pubblico e scolastico, né la complessità del giudizio storico su un modello di gestione che fu insieme efficace e fortemente centralizzato.
Su un punto desidero essere chiaro, distinguendolo dal resto di questo editoriale: l’idea di intitolare a Silvio Berlusconi una piazza o uno spazio dell’Aquila, per il ruolo avuto nell’avvio della ricostruzione, è una mia opinione personale, non una posizione istituzionale di Consumerismo No Profit è assolutamente da ritenersi necessaria e un dovere morale. La condivido e la sottopongo al dibattito pubblico, consapevole che sul nome di Berlusconi — come su quello di Bertolaso — restano sempre giudizi contrapposti, ma vi prego per una volta si dia onore ha chi ha avuto cuore!