Intelligenza Artificiale

ChatGPT e Claude, il paradosso per i professionisti: i piani business proteggono di più, ma lasciano fuori chi lavora da solo

I liberi professionisti usano strumenti come ChatGPT e Claude per lavorare su documenti e dati dei clienti, ma spesso trovano solo piani personali o abbonamenti business pensati per più utenti. Il nodo riguarda training dei dati, retention, opt-out, termini contrattuali, GDPR e nuove regole dell’AI Act.

C’è una categoria di utenti che usa ogni giorno l’intelligenza artificiale per lavorare, ma che nelle offerte di alcune grandi piattaforme sembra restare in mezzo: troppo professionale per essere trattata come semplice consumatore, troppo piccola per essere considerata azienda strutturata.

Sono i liberi professionisti.

Consulenti, avvocati, commercialisti, formatori, psicologi, giornalisti, tecnici, agenti, creativi, innovation manager. Persone che spesso lavorano da sole, senza un reparto informatico, senza un responsabile privacy interno e senza un ufficio legale alle spalle.

Eppure trattano dati veri.

Dati di clienti, documenti aziendali, appunti riservati, contratti, relazioni, comunicazioni delicate. Materiali che non appartengono solo a loro.

Il problema è pratico. Se un professionista vuole usare strumenti come ChatGPT o Claude con condizioni più adatte al lavoro, soprattutto sul fronte dell’addestramento dei dati, scopre che i piani più protettivi sono pensati per gruppi di lavoro.

Nel caso di OpenAI, ChatGPT Business richiede almeno due postazioni standard per usare ChatGPT nel workspace business. Nel caso di Anthropic, la pagina prezzi di Claude indica il piano Team per un intervallo da 2 a 150 utenti.

Il risultato è una scelta imperfetta: restare su un piano personale, pur lavorando con dati professionali, oppure acquistare un piano business costruito per più persone.

Non è solo una questione di prezzo. È una questione di coerenza tra rischio reale, responsabilità professionale e offerta disponibile.

Il libero professionista non è un semplice utente privato

Un professionista può usare l’intelligenza artificiale per correggere una relazione, riassumere un contratto, preparare una consulenza, analizzare una bozza, sistemare appunti di una riunione o scrivere una risposta per un cliente.

In apparenza sono attività normali. Ma il contesto cambia tutto.

Se una persona usa l’AI per chiedere una ricetta, una traduzione o un consiglio generico, siamo dentro un uso personale. Se invece un avvocato carica una bozza di atto, un commercialista lavora su dati di un cliente, uno psicologo riorganizza appunti riservati o un consulente sintetizza un documento aziendale, il tema diventa diverso.

Non si tratta più solo di usare uno strumento comodo. Si sta inserendo una piattaforma esterna dentro un’attività professionale.

Il mercato dell’intelligenza artificiale sembra costruito su una divisione semplice: da una parte l’utente privato, dall’altra l’azienda strutturata. In mezzo, però, c’è una zona ampia: professionisti che lavorano da soli, ma non usano l’AI solo per curiosità personale.

È qui che nasce il vuoto.

Il libero professionista ha bisogno di garanzie più solide rispetto a un utente consumer, ma spesso non ha bisogno di un piano aziendale con più postazioni, gestione del team e funzioni pensate per organizzazioni più grandi.

Non è una questione da leggere automaticamente come discriminazione giuridica. È, più concretamente, un disallineamento tra offerta commerciale e uso reale.

Training, retention e termini contrattuali: tre cose da non confondere

Quando si parla di dati inseriti dentro strumenti come ChatGPT o Claude, la prima domanda è quasi sempre questa: “Le mie conversazioni vengono usate per addestrare l’intelligenza artificiale?”.

È una domanda giusta. Ma non basta.

Bisogna distinguere almeno tre piani diversi: training, retention e termini contrattuali.

Il training riguarda l’uso dei contenuti inseriti dall’utente per addestrare o migliorare i modelli di intelligenza artificiale. In pratica, significa che una conversazione, un testo o un file possono contribuire allo sviluppo futuro del sistema.

La retention riguarda invece la conservazione dei dati per un certo periodo. Un contenuto può non essere usato per addestrare il modello, ma essere comunque conservato temporaneamente per motivi tecnici, di sicurezza, controllo degli abusi o obblighi legali.

I termini contrattuali sono il livello più importante per chi lavora con dati professionali. Stabilire nelle impostazioni che non si vuole contribuire al training è una scelta dell’utente. Avere invece un contratto che esclude l’addestramento sui contenuti del cliente è una garanzia diversa, più solida e più adatta a un uso professionale.

Per questo “non usare i dati per il training” non significa automaticamente “non conservare mai i dati” e non equivale sempre a una tutela contrattuale business.

La frase chiave è semplice: non-training non significa non-trattamento.

Che cosa significa opt-out

Un altro termine da spiegare è opt-out.

Quando si parla di opt-out, si intende la possibilità per l’utente di opporsi a un determinato uso dei propri dati. Nel caso dell’intelligenza artificiale, significa disattivare l’opzione che consente alla piattaforma di usare conversazioni, input o output per migliorare o addestrare i modelli.

Detto in modo ancora più semplice: l’utente dice alla piattaforma “non usare le mie conversazioni per addestrare il sistema”.

Questa possibilità è importante, ma non va confusa con una garanzia assoluta.

Disattivare il training riduce un rischio, ma non significa automaticamente che i dati non vengano mai conservati, controllati o trattati per altri motivi.

Per un uso personale può essere una misura sufficiente in molti casi. Per un uso professionale, soprattutto quando si trattano dati di clienti, documenti riservati o informazioni delicate, può non bastare.

La differenza diventa ancora più rilevante quando si confrontano i piani personali con i piani business o commerciali.

OpenAI: disattivare il training non significa cancellare ogni trattamento

Nel caso di OpenAI, gli utenti ChatGPT Free, Plus e Pro che utilizzano un workspace personale possono disattivare l’uso delle conversazioni per migliorare i modelli.

In pratica, l’utente può andare nelle impostazioni e disattivare l’opzione collegata al miglioramento del modello. Una volta disattivata, le nuove conversazioni non vengono usate per addestrare ChatGPT.

Questa impostazione è importante e ogni professionista dovrebbe conoscerla.

Ma non va confusa con un’altra cosa.

Non risulta dalle fonti ufficiali che la conservazione per sicurezza coincida automaticamente con il training. Dire “se un dato resta conservato per sicurezza allora viene usato per addestrare il modello” sarebbe una frase sbagliata.

Il punto corretto è diverso: anche quando un contenuto non viene usato per il training, può comunque essere conservato o revisionato per ragioni di sicurezza, controllo degli abusi o obblighi legali.

Le Temporary Chat, per esempio, non vengono salvate nella cronologia, non usano né creano memoria e non vengono usate per addestrare i modelli. Tuttavia, OpenAI indica che possono essere conservate temporaneamente e revisionate solo per monitorare eventuali abusi.

Anche le chat eliminate seguono regole di conservazione: vengono rimosse dall’account e programmate per la cancellazione dai sistemi entro 30 giorni, salvo eccezioni legate a obblighi legali o di sicurezza.

Per i prodotti business, come ChatGPT Business, ChatGPT Enterprise e l’uso tramite API, OpenAI dichiara invece che non addestra i modelli sui dati del workspace business.

Qui nasce il problema per il professionista singolo.

Chi lavora da solo potrebbe volere le garanzie di un piano business, ma essere costretto ad acquistare più postazioni di quelle che gli servono.

Claude: disattivare il training nei piani consumer non equivale ai termini commerciali

Il caso di Claude, sviluppato da Anthropic, merita un’attenzione particolare.

Nei piani consumer, come Claude Free, Claude Pro e Claude Max, l’utente può gestire le impostazioni relative all’uso dei dati per migliorare i modelli.

Anche qui si parla di opt-out: l’utente può disattivare l’uso ordinario dei propri input e output per il miglioramento dei modelli.

Ma il punto non si esaurisce con una casella da attivare o disattivare.

La Privacy Policy di Anthropic, pubblicata l’8 giugno 2026 ed efficace dall’8 luglio 2026, indica tra le fonti di dati utilizzate per addestrare i modelli anche i materiali segnalati per revisione di sicurezza, security o policy.

La stessa policy precisa che, anche se l’utente ha scelto di opporsi all’uso dei dati per il training, Anthropic può usare input e output per il miglioramento dei modelli quando le conversazioni vengono segnalate per revisione di sicurezza, per migliorare la capacità di individuare contenuti dannosi, applicare le policy o portare avanti attività di ricerca sulla sicurezza dell’AI.

Tradotto in modo semplice: sui piani consumer, disattivare il training limita l’uso ordinario delle conversazioni per addestrare o migliorare i modelli, ma non esclude ogni possibile utilizzo collegato a revisioni di sicurezza o policy.

Il problema, per un libero professionista, è pratico: l’utente non ha normalmente modo di sapere se una conversazione sia stata segnalata per revisione.

Se dentro quella conversazione sono stati inseriti dati di clienti, documenti riservati o informazioni delicate, la prudenza diventa necessaria.

C’è anche un tema di conservazione. Anthropic ha comunicato che, se l’utente consente l’uso dei dati per il miglioramento dei modelli, la retention può arrivare a 5 anni. Se invece non sceglie questa opzione, resta il periodo di conservazione ordinario di 30 giorni. Restano però casi separati, come le possibili violazioni delle regole d’uso, per cui la documentazione prevede tempi diversi di conservazione.

Nei piani commerciali, la situazione cambia.

Per i prodotti regolati dai Commercial Terms of Service, Anthropic stabilisce che non può addestrare modelli sui contenuti del cliente provenienti dai servizi commerciali.

Questa è la differenza sostanziale.

Non è solo una preferenza nelle impostazioni. È un diverso quadro contrattuale.

Per chi lavora con dati professionali, la domanda non è quindi soltanto: “Ho disattivato il training?”.

La domanda corretta diventa: “Sto usando un piano consumer con una preferenza disattivata nelle impostazioni, oppure un servizio regolato da termini commerciali che escludono l’addestramento sui contenuti del cliente?”.

Sono due livelli diversi di tutela.

Il piano più adatto non sempre è pensato per il singolo

A questo punto emerge il nodo commerciale.

Il professionista singolo può avere una necessità reale: usare l’intelligenza artificiale con condizioni più adatte al lavoro, soprattutto se tratta dati di clienti o documenti riservati.

Ma i piani business disponibili sono costruiti attorno all’idea di team.

Nel caso di OpenAI, ChatGPT Business richiede almeno due postazioni standard per usare ChatGPT nel workspace business. Nel caso di Anthropic, il piano Claude Team è presentato come piano per più utenti e la pagina prezzi indica un intervallo da 2 a 150 utenti.

La conseguenza è paradossale.

Chi usa l’AI per hobby può restare su un piano personale. Chi ha uno studio strutturato può valutare un piano business. Chi lavora da solo, ma tratta dati professionali, finisce nel mezzo.

E il mezzo, oggi, è la zona più fragile.

Perché il problema non è solo pagare una postazione in più. Il problema è che il mercato non sembra ancora riconoscere pienamente il professionista individuale come categoria autonoma: un soggetto che non è una grande azienda, ma non è nemmeno un semplice consumatore.

Cosa dovrebbe fare un professionista prima di caricare dati

La prima regola è non ragionare solo sulla piattaforma, ma sul dato.

Prima di caricare un documento dentro un sistema di intelligenza artificiale, il professionista dovrebbe chiedersi: contiene nomi? Contiene dati personali? Contiene informazioni sanitarie, fiscali, legali, economiche o aziendali? Contiene elementi che permettono di identificare una persona o un’impresa?

Se la risposta è sì, serve più cautela.

Non sempre è necessario caricare il documento integrale. Spesso si può lavorare su una versione anonimizzata, togliendo nomi, indirizzi, codici fiscali, riferimenti aziendali, dettagli contrattuali o informazioni non necessarie.

Anonimizzare non significa rendere il lavoro più complicato. Significa ridurre il rischio.

Un conto è chiedere all’AI di migliorare il tono di una comunicazione generica. Un altro conto è caricare una relazione completa su un cliente, un contratto non oscurato o una conversazione riservata.

Per il libero professionista la regola pratica dovrebbe essere questa: inserire nell’AI solo ciò che è davvero necessario per ottenere il risultato.

Tutto il resto va eliminato, sintetizzato o reso non identificabile.

GDPR e AI: la responsabilità resta al professionista

Il GDPR non vieta l’uso di fornitori esterni. Chiede però che il trattamento dei dati personali sia gestito con responsabilità, sicurezza e chiarezza.

Un professionista che decide finalità e mezzi del trattamento dei dati dei propri clienti può essere titolare del trattamento. Se usa una piattaforma esterna, deve capire a quali condizioni quella piattaforma tratta i dati inseriti.

Questo non significa che ogni uso dell’AI sia vietato.

Significa che non basta dire: “Uso ChatGPT” o “Uso Claude”.

Bisogna chiedersi che tipo di piano si sta usando, quali impostazioni sono attive, quali dati vengono inseriti, se esiste un accordo sul trattamento dei dati, quali condizioni contrattuali regolano il servizio e quali obblighi restano in capo al professionista.

La responsabilità non sparisce perché lo strumento è comodo.

Anzi, proprio perché lo strumento è comodo, il rischio è usarlo senza pensarci.

AI Act, dal 2 agosto 2026 cambia il clima regolatorio

A questo quadro si aggiunge il calendario dell’AI Act, il regolamento europeo sull’intelligenza artificiale.

L’AI Act è entrato in vigore il 1° agosto 2024, ma la sua applicazione è progressiva. Dal 2 febbraio 2025 si applicano alcune disposizioni, compresi gli obblighi di alfabetizzazione sull’intelligenza artificiale e i divieti sulle pratiche considerate inaccettabili. Dal 2 agosto 2025 si applicano anche alcune regole sui modelli di intelligenza artificiale per finalità generali.

Il 2 agosto 2026 resta una data importante perché la maggior parte delle regole del regolamento entra in applicazione.

Questo non significa che dal giorno dopo ogni libero professionista che usa ChatGPT o Claude rischi automaticamente una multa.

Sarebbe una lettura sbagliata.

Significa però che l’uso professionale dell’intelligenza artificiale entra in una fase più matura, in cui sarà sempre meno sostenibile trattare questi strumenti come semplici app da usare senza criteri, senza verifiche e senza regole minime.

L’AI Act prevede sanzioni rilevanti per le violazioni più gravi. Le multe possono arrivare fino a 35 milioni di euro o fino al 7% del fatturato annuo mondiale per le pratiche vietate. Per altre violazioni sono previste soglie diverse.

Per i liberi professionisti il messaggio non deve essere la paura, ma la prudenza.

Usare l’AI non è il problema.

Il problema è usarla senza sapere quali dati si stanno inserendo, quali condizioni si stanno accettando, quali risposte si stanno prendendo per buone e quali responsabilità si stanno mantenendo.

Serve un piano professionale individuale

La questione non riguarda solo OpenAI e Anthropic. Riguarda il modo in cui il mercato dell’intelligenza artificiale sta classificando gli utenti.

Da una parte ci sono i piani personali, accessibili e immediati. Dall’altra ci sono i piani aziendali, con funzioni di amministrazione, privacy, governance e gestione degli utenti.

In mezzo resta il lavoro autonomo professionale.

Questa fascia non chiede privilegi. Chiede strumenti coerenti con il proprio rischio reale.

Un piano professionale individuale, pensato per singoli titolari di partita IVA e piccoli studi mono-professionali, potrebbe rispondere a una necessità concreta: permettere a chi lavora da solo di usare l’AI con condizioni più adatte all’uso professionale, senza dover acquistare postazioni inutili o aderire a formule pensate per team.

Perché l’AI non sarà usata solo dalle grandi aziende.

Verrà usata ogni giorno anche da consulenti, piccoli studi, professionisti indipendenti e lavoratori autonomi.

Se queste persone vengono trattate come semplici consumatori, il rischio è che l’uso professionale dell’intelligenza artificiale cresca in una zona grigia: strumenti potenti, dati veri, responsabilità elevate, ma offerte non sempre allineate alla realtà di chi li usa.

Non serve creare paura.

Serve fare chiarezza.

La domanda non è se i professionisti useranno l’AI. La stanno già usando.

La domanda è se il mercato saprà offrire loro strumenti adeguati, senza costringerli a scegliere tra un piano personale non sempre sufficiente e un piano business pensato per organizzazioni più grandi.

Francesco Paolo D'Amico

Francesco Paolo D’Amico è Innovation Manager certificato UNI 11814, consulente e formatore specializzato nell’integrazione dell’intelligenza artificiale nei processi aziendali, formativi e decisionali. Fondatore di damico.ai e ideatore del Metodo ORMA, si occupa di divulgare un uso dell’AI consapevole, responsabile e orientato allo sviluppo umano, con particolare attenzione alle PMI, ai professionisti e ai cittadini. Nel suo lavoro unisce formazione, analisi dei processi e progettazione di strumenti basati su intelligenza artificiale, con l’obiettivo di aiutare persone e organizzazioni a non subire la tecnologia, ma a comprenderla, governarla e utilizzarla in modo utile, etico e concreto. Per Consumerismo cura approfondimenti sui temi dell’educazione artificiale, della tutela del consumatore nell’uso dell’AI, della governance aziendale e dei rischi legati all’adozione inconsapevole degli strumenti digitali.

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