Immagine illustrativa generata con intelligenza artificiale. L'interfaccia di Emma-6 è una ricostruzione grafica basata su una schermata del sito ufficiale di Egomnia.
Emma-6 torna in versione beta, ma i nuovi test documentano ancora errori. Le dichiarazioni di Egomnia sull’utilizzo nelle PMI, le condizioni d’uso e la conservazione delle conversazioni riaprono il tema dell’affidabilità dell’intelligenza artificiale e della tutela dei consumatori.
Una procedura in cinque passaggi per creare autonomamente una linea telefonica, con una spesa di cinque euro e senza penali. È una delle risposte fornite da Emma-6 durante una prova pubblicata il 14 ottobre da Libero Tecnologia. Secondo la verifica della redazione, i passaggi e i costi indicati non corrispondono ad alcun servizio reale. Eppure, la risposta si presenta come una normale guida operativa, completa di istruzioni e cifre apparentemente credibili.
La nuova versione dell’intelligenza artificiale italiana sviluppata da Egomnia, società fondata da Matteo Achilli, è tornata disponibile in beta nell’ottobre 2026, dopo la sospensione del precedente modello avvenuta a giugno. Sono aumentate le dimensioni ed è stato introdotto un nuovo sistema di sicurezza, ma le prove pubblicate dalla stampa specializzata mostrano che continuano a verificarsi errori anche davanti a richieste semplici.
Il caso riapre una questione che riguarda direttamente i consumatori: quali garanzie deve offrire un’azienda quando distribuisce un sistema di intelligenza artificiale ancora sperimentale, soprattutto se ne prospetta anche l’utilizzo nelle imprese?
La nuova versione conta circa 1,55 miliardi di parametri, contro i 550 milioni di Emma-5. Anche la finestra di contesto, cioè la quantità di testo che il modello può gestire durante un’interazione, è aumentata da 2.048 a 4.096 token. Sono cambiamenti tecnici significativi, che però non garantiscono automaticamente una maggiore accuratezza delle risposte.
Il 14 ottobre DDay.it ha pubblicato una prova condotta scaricando il modello da Hugging Face e utilizzandolo in locale, dopo averne convertito il formato di esecuzione senza modificare i parametri appresi. Sono emerse alcune risposte corrette, ma anche difficoltà con operazioni matematiche elementari, richieste narrative e domande di conoscenza generale.
Risultati simili emergono dal test di Libero Tecnologia. Oltre alla procedura inventata per la linea telefonica, Emma-6 ha suggerito di utilizzare una televisione senza corrente elettrica trasformandola in una luce notturna a batteria oppure in uno specchio. Alla richiesta di aiuto per un problema di connessione internet, ha invece interpretato la domanda come riferita a se stessa.
Le prove documentano errori significativi, pur senza costituire una valutazione scientifica completa delle prestazioni del modello. Non consentono quindi di stabilire quanto Emma-6 sia migliorata complessivamente rispetto alla versione precedente.
Il problema per il consumatore non riguarda soltanto l’errore evidente. Una risposta strutturata, con spiegazioni dettagliate, cifre e procedure, può risultare convincente anche quando contiene informazioni sbagliate. Chi non conosce l’argomento potrebbe non accorgersene e utilizzare quelle indicazioni per prendere una decisione.
La società ha spiegato di non voler competere, almeno in questa fase, con i principali modelli internazionali. La strategia dichiarata consiste nel procedere attraverso versioni successive, utilizzando anche le interazioni degli utenti per individuare gli errori e migliorare il sistema.
Secondo i dati pubblicati da Egomnia, Emma-5 ha raccolto oltre 60.000 prompt reali, utilizzati anche nello sviluppo della nuova versione e di Emma Guardrails, il sistema dedicato al controllo delle richieste. La società riferisce inoltre che il 39,45% delle valutazioni degli utenti sulla precedente versione era positivo, contro il 60,55% negativo. Si tratta di dati aziendali, non di risultati ottenuti attraverso una valutazione indipendente.
Sperimentare un modello attraverso versioni successive è una scelta legittima. Anche un sistema di dimensioni contenute può avere una propria utilità nella ricerca senza dover competere con quelli più avanzati.
La distinzione riguarda però l’impiego previsto. Partecipare consapevolmente a un test è diverso dall’utilizzare uno strumento per ottenere informazioni pratiche o svolgere attività professionali. È soprattutto in questa seconda situazione che la distanza tra capacità dichiarate e prestazioni effettive assume rilevanza per i consumatori.
Sul sito ufficiale, Egomnia descrive Emma-6 come progettato per attività di ragionamento di livello medio, comprensione del contesto e generazione di contenuti di medio-alta complessità in ambito aziendale. La stessa descrizione ne prospetta l’utilizzo nelle piccole e medie imprese italiane.
Nella sezione dedicata alle API aziendali compare inoltre l’espressione «Gestisci l’AI in maniera 100% compliant», accompagnata da riferimenti allo standard ISO 27001 e alla conformità al GDPR e all’AI Act europeo. Sono dichiarazioni presenti nella comunicazione commerciale della società e non costituiscono, da sole, una verifica indipendente della conformità del servizio.
Le condizioni d’uso precisano però, al punto 7, che le risposte possono essere inesatte, incomplete, non aggiornate o non pertinenti. Egomnia dichiara anche di non garantire l’idoneità dei contenuti generati per finalità professionali, legali, fiscali, mediche, tecniche, economiche o decisionali.
La presenza di queste limitazioni non rappresenta automaticamente una contraddizione giuridica. Resta però una domanda concreta: quali verifiche sostengono la presentazione del modello come utilizzabile nelle PMI, mentre le prove disponibili documentano difficoltà anche su richieste elementari?
Per un’impresa, una risposta sbagliata può significare tempo perso, documenti da correggere o informazioni inesatte trasmesse a clienti e collaboratori. Il rischio aumenta quando le indicazioni vengono utilizzate per orientare decisioni senza un controllo adeguato.
La vicenda suggerisce anche una riflessione sulla direzione dello sviluppo tecnologico. Per un progetto di dimensioni contenute, è necessariamente più utile costruire un assistente che provi a rispondere a qualsiasi domanda, oppure concentrare maggiormente le risorse su applicazioni specializzate, progettate per svolgere compiti precisi?
La stessa Egomnia, sul proprio sito, invita gli utenti a contribuire per rendere Emma più precisa e verticale, con particolare attenzione ai casi d’uso italiani. La specializzazione è dunque già presente tra gli obiettivi dichiarati. Rimane da comprendere quanto spazio occupi nello sviluppo effettivo del progetto e con quali risultati venga misurata.
Un modello di dimensioni contenute, adattato per classificare documenti, estrarre informazioni da moduli o consultare procedure aziendali, potrebbe avere obiettivi più facilmente verificabili. Collegarlo a documentazione controllata e sottoporlo a test specifici consentirebbe di valutarne le prestazioni rispetto a funzioni ben delimitate, anche attraverso un’esecuzione locale quando le condizioni tecniche lo permettono.
La specializzazione non elimina gli errori e non garantisce automaticamente maggiore affidabilità. Può però rendere più semplice individuare i limiti di utilizzo e verificare i risultati. È un’impostazione coerente con il quadro di gestione dei rischi del National Institute of Standards and Technology (NIST), che raccomanda di valutare i sistemi AI considerando i compiti e i contesti nei quali saranno effettivamente utilizzati.
La domanda, quindi, non è se Egomnia debba abbandonare la ricerca sui modelli generalisti, ma se applicazioni più circoscritte, accompagnate da risultati misurabili, possano offrire benefici più immediati e verificabili a cittadini e imprese.
Un altro aspetto riguarda il trattamento delle informazioni inserite nella piattaforma.
Le condizioni pubblicate da Egomnia prevedono la possibilità di utilizzare prompt e conversazioni per migliorare i dataset e addestrare i propri modelli. L’azienda propone inoltre un abbonamento da un euro al mese che, tra gli altri vantaggi, esclude le conversazioni dell’abbonato dall’utilizzo per l’addestramento.
La documentazione del servizio contiene però indicazioni che meritano un approfondimento. Al punto 4 dei termini d’uso viene specificato che i registri dei controlli automatici di sicurezza sui prompt, nella versione attuale, non hanno una scadenza automatica di conservazione. L’informativa privacy indica invece un periodo massimo di sei mesi per i dati trattati ai fini del miglioramento del sistema.
Le due previsioni possono riferirsi a trattamenti e finalità differenti. Resta comunque da chiarire quale sia il periodo effettivo di conservazione dei registri di sicurezza, quali criteri ne disciplinino l’eliminazione e come queste informazioni vengano comunicate agli utenti.
Un ulteriore dettaglio compare nella procedura di cancellazione dell’account. Nella sezione dedicata alla modifica del profilo, il sito avverte che chat, contributi e registrazioni di sicurezza possono rimanere conservati anche dopo l’eliminazione dell’account, senza collegamento al profilo originario. La stessa informazione viene riproposta nella finestra di conferma della cancellazione.
La dissociazione dall’account non equivale necessariamente all’anonimizzazione dei dati. Il contenuto di una conversazione, infatti, potrebbe conservare informazioni che consentono di identificare direttamente o indirettamente una persona, anche quando non è più collegato al suo profilo.
Il Comitato europeo per la protezione dei dati (EDPB), nel parere 28/2024, ha chiarito che l’utilizzo di dati personali per sviluppare modelli di intelligenza artificiale deve rispettare le condizioni previste dal GDPR, compresa l’individuazione di una base giuridica adeguata. Anche la valutazione dell’effettiva anonimizzazione richiede verifiche specifiche.
Gli elementi esaminati non permettono di affermare che Egomnia abbia violato queste disposizioni. Rendono però legittima una richiesta di maggiore chiarezza sulle modalità di conservazione e cancellazione delle informazioni.
Per il consumatore è importante sapere non soltanto se le proprie conversazioni saranno utilizzate per addestrare un modello, ma anche quali dati potrebbero rimanere conservati dopo l’utilizzo del servizio o la cancellazione dell’account.
Il fatto che un servizio venga distribuito in versione beta non elimina automaticamente gli obblighi previsti dalla normativa a tutela dei consumatori.
Il Codice del consumo vieta le pratiche commerciali scorrette, comprese le informazioni che possono indurre in errore sulle caratteristiche, sulle prestazioni o sui rischi di un prodotto o servizio. L’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato (AGCM) vigila sul rispetto di queste disposizioni e può intervenire quando ne ricorrono i presupposti. Alcune tutele si estendono anche alle microimprese.
Questo riferimento non implica che Egomnia abbia commesso una violazione. Le fonti esaminate non documentano accertamenti dell’Autorità relativi alle comunicazioni commerciali su Emma-6. La questione riguarda piuttosto la chiarezza delle informazioni fornite a chi decide di utilizzare il sistema.
Un servizio sperimentale può essere distribuito al pubblico e migliorato anche grazie alle segnalazioni degli utenti. Ma chi lo utilizza deve poter comprendere quali funzioni siano ancora in prova, quali attività siano sconsigliate e quali prestazioni siano state effettivamente verificate.
Una risposta sbagliata può comportare tempo perso, informazioni inesatte o decisioni prese sulla base di indicazioni non attendibili. Non risultano, dalle fonti consultate, danni economici ai consumatori direttamente documentati e attribuibili a Emma-6. Questo non elimina la necessità di valutare e prevenire le possibili conseguenze di un utilizzo non adeguato alle capacità del sistema.
Egomnia ha spiegato perché intende proseguire nello sviluppo di Emma, rivendicando il valore della sperimentazione. Rimangono da chiarire le verifiche sulle prestazioni effettive, le applicazioni aziendali compatibili con le capacità attuali e alcuni aspetti della conservazione dei dati.
Il punto non è pretendere un’intelligenza artificiale senza errori o ostacolare lo sviluppo di nuovi progetti italiani. È permettere alle persone di riconoscere la differenza tra una tecnologia che stanno contribuendo a sperimentare e uno strumento al quale possono affidare un’attività reale.