Negozi, locali e servizi di tutti i giorni

Chiudono i piccoli negozi, anche cinesi. Dati, numeri e motivazioni del fenomeno

Oggi a TG2 Italia Europa abbiamo affrontato il tema della chiusura dei piccoli negozi. Siamo partiti da due notizie che sembrano andare in direzioni opposte.


Oggi a TG2 Italia Europa abbiamo affrontato il tema della chiusura dei piccoli negozi. Siamo partiti da due notizie che sembrano andare in direzioni opposte.

La prima riguarda i bazar cinesi, che per decenni hanno presidiato strade e quartieri con il modello del «tutto a poco prezzo». Oggi molti chiudono. Pesa la concorrenza delle grandi piattaforme online, che li battono proprio sull’unica leva che avevano, il prezzo. Pesano anche i costi di affitti ed energia, e la fine del lavoro familiare: i figli studiano e scelgono altre professioni. Chi resta nel settore spesso non sparisce, ma sposta i capitali sulla ristorazione, dove il cliente paga volentieri per un’esperienza.

La seconda arriva da Canistro Superiore, circa 170 abitanti nella Valle Roveto, a pochi chilometri da . Il paese aveva perso il bar, la bottega e il forno. Un gruppo di giovani, riuniti in una cooperativa di comunità, ha riaperto lo storico Bar Centrale, chiuso da oltre dieci anni, per non vedere il paese morire. I soci erano sei e oggi sono quasi trenta, molti vivono fuori e tornano ad aiutare. Il loro progetto non si ferma al caffè: prezzi modici, i tavoli per briscola e tressette, il pane fresco ogni mattina, eventi, accoglienza per i camminatori.

Due storie opposte che dicono la stessa cosa: chi vende solo un prezzo perde, chi offre un servizio e una relazione ha una possibilità.

Cosa dicono i numeri

Il contesto aggrava tutto. Secondo i conti nazionali Istat ed Eurostat, tra il 2010 e il 2025 la spesa delle famiglie è cresciuta del 34% in euro, ma appena dell’1,9% al netto dei prezzi. In quindici anni gli italiani non hanno comprato di più: hanno pagato di più. E in una torta che non cresce, ogni fetta presa dall’online e dalla grande distribuzione è sottratta al negozio sotto casa.

I dati ufficiali confermano che il problema non è il commercio in sé, ma un certo modo di fare commercio. Secondo Movimprese di Unioncamere-InfoCamere, nel primo trimestre 2026 il commercio ha perso 9.617 imprese. Nel secondo trimestre è tornato appena sopra lo zero (+0,17%), mentre alloggio e ristorazione crescevano dell’1,07% e la componente artigiana del commercio arretrava dell’1,17%. L’unica forma d’impresa in calo è quella delle società di persone, cioè spesso le piccole attività familiari.

L’Istat completa il quadro. Ad agosto 2026 i negozi su piccole superfici hanno perso il 2,5% dei volumi venduti rispetto a un anno prima. Nello stesso periodo la grande distribuzione teneva e il commercio online cresceva del 3,6%. Nei primi otto mesi dell’anno l’e-commerce è cresciuto del 10,5% in valore, i piccoli negozi dell’1,1%.

Il settore più in difficoltà è la moda: calzature e pelletteria sono in calo in tutte le rilevazioni del 2026, fino al -4,1% di agosto. Crescono invece i servizi alla persona, dalle riparazioni al benessere alla cura degli . È la conferma che dove c’è un servizio da offrire, l’impresa nasce.

Il problema non è solo chi chiude, ma chi non riesce a restare. Secondo la -Confcommercio, nel 2025 per ogni nuovo bar ne sono usciti dal mercato quasi tre, e solo la metà delle imprese di bar e ristorazione è ancora attiva cinque anni dopo l’apertura. Nel commercio, secondo Confesercenti, le nuove aperture annue sono passate da oltre 43mila nel 2014 a circa 23mila nel 2024.

Non è solo colpa dell’online

Sarebbe comodo dare tutta la colpa all’e-commerce o alla mancata innovazione tecnologica. Ma c’è una domanda che il dibattito pubblico evita: quanto pesa la pigrizia di un certo tipo di commerciante, convinto che la sua presenza storica in quella via o un prodotto esclusivo lo rendano intoccabile?

Il consumatore oggi confronta tutto, dallo smartphone, mentre è ancora in negozio. E la competizione con l’online non si gioca solo sul prezzo. Si gioca su consegna, reso, orari, consulenza, sostituzione del prodotto, assistenza dopo l’acquisto. Un negozio che non garantisce nessuna di queste cose non perde contro l’algoritmo: perde contro sé stesso.

Le responsabilità della rappresentanza

Questo però non assolve le organizzazioni di rappresentanza. Troppo spesso nuovi imprenditori vengono mandati sul campo di battaglia senza formazione, senza supporto e senza assistenza. Al primo imprevisto, un aumento delle , un cantiere davanti alla vetrina, un adempimento burocratico arrivato all’ultimo momento, si trovano con le spalle scoperte.

La stessa vicenda di Canistro lo dimostra: l’inaugurazione ha rischiato di saltare per una richiesta di documentazione arrivata alla vigilia. Chi apre un’attività, specie in un piccolo centro, ha bisogno di accompagnamento vero, non di una tessera.

Dalla periferia al centro delle città

Il fenomeno è partito dalle aree interne, ma oggi è arrivato nel cuore delle grandi città. Lì sopravvivono soprattutto i grandi gruppi, che hanno organizzazione, capitali, rete, servizi e solidità. Non è un caso che, secondo l’Istat, ad agosto le imprese del commercio con almeno 50 addetti abbiano aumentato le vendite dell’1,6%. Il negozio indipendente, lasciato solo, combatte ad armi impari.

E quando un territorio si svuota di negozi e servizi, il conto lo paga chi resta: gli anziani, le famiglie, chi non può o non vuole fare tutto online. Restare deve essere una scelta possibile, non un atto di coraggio. È il tema che porteremo anche al convegno sulla restanza a Modica, il 17 ottobre.

Il ruolo di un’associazione di consumatori

Qual è il nostro ruolo? Non quello di schierarci contro i commercianti, né di fare da megafono alle loro lamentele. Il nostro compito è dialogare con chi vende, fissare standard di servizio condivisi che convengano a entrambe le parti e alimentare un dibattito serio.

Il mondo cambia continuamente, ma alcune cose restano immutabili: il rapporto fisico, la gentilezza, la qualità, la cortesia. Non è un caso che le botteghe gastronomiche di alta qualità spesso non abbiano problemi di clienti. Il loro problema, semmai, è trovare personale. Segno che dove c’è valore, il cliente arriva, e che la vera emergenza è la formazione delle competenze.

Per questo lanciamo il dibattito. Commercianti, associazioni di categoria, amministrazioni locali, consumatori: quali servizi rendono un negozio insostituibile? Quali standard siamo pronti a costruire insieme?

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Luigi Gabriele

Presidente di Consumerismo no Profit, e responsabile editoriale di Consumerismo.it. Segno zodiacale Cancro. Laurea in Scienze Politiche alla Sapienza di Roma (indirizzo politico-amministrativo, per chi ancora crede nelle etichette), giornalista e comunicatore pubblico regolarmente censito nelle rispettive anagrafi di categoria. Ha trascorso gli anni della formazione tra aule accademiche e palazzi del potere, specializzandosi in affari regolatori e relazioni istituzionali, prima di capire che il vero potere risiede nel portafoglio (spesso vuoto) del cittadino. Dal 2008 ha scelto la trincea del sociale come attivista, trasformandosi nell'incubo dei "cartelli" e nella voce fuori dal coro per la tutela dei consumatori. In questo ambito è diventato il volto e la parola delle principali organizzazioni del settore, prestando la propria expertise a molti gruppi di lavoro del Ministero dello Sviluppo Economico e alle Commissioni Parlamentari, dove tenta quotidianamente di tradurre i testi legislativi in una lingua comprensibile ai comuni mortali. Conoscitore anche dei gossip, delle autorità di vigilanza e regolazione italiane, dove ne analizza regolazione, posizioni e sopratutto comportamento. Vive un'ossessione cromatica per l'arancione e il blu scuro, colori eletti a divisa d'ordinanza tra cravatte, braccialetti e stemmi, nonché pantone ufficiale di Consumerismo No Profit, la lobby indipendente dei consumatori italiani di cui è Presidente. L'arancione è anche il tratto distintivo della sua Fiat 500 del 1971 serie L, acquistata per 4.000 euro con i risparmi accumulati in sei anni di mobilità elettrica estrema. Muovendosi tra i palazzi del potere di Roma su una mini bici elettrica, ha infatti evitato 10.000 euro di esborsi tra carburante, bolli e multe: un'operazione che, tra risparmio e rivalutazione dell'auto, ha generato un valore di 14.000 euro. La prova vivente che cambiare un’abitudine è il miglior investimento finanziario possibile. Consulente stabile per i principali media nazionali in materia di economia e consumi, ha la pessima abitudine di dire la verità sui prezzi anche quando non è conveniente per lo share. Quando non è impegnato a difendere i diritti altrui o a pedalare tra i ministeri, si rifugia in montagna per praticare trekking, cercando in quota quell'allineamento tra visione e azione che il livello del mare spesso offusca. Docente di comunicazione pubblica e istituzionale presso il Master di secondo livello in Mangement & Governance della PA dell'Università Niccolò Cusano, insegna ai futuri dirigenti che il senso viene sempre prima della velocità e che la coerenza è l'unica moneta che non svaluta mai. presidenza@consumerismo.it www.luigigabriele.it
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