
Non era mai successo. E già questo basterebbe a descrivere la portata del cortocircuito. Per la prima volta nella sua storia, i cancelli di quello che fino a ieri sembrava solo un anonimo e protetto palazzo nel cuore dei Parioli – quartiere romano storicamente refrattario alle dinamiche di piazza – si sono trovati cinti d’assedio da decine di cittadini infuriati, seppur rigorosamente pacifici.
L’estrazione dei manifestanti racconta molto della profondità dello strappo: nessuna frangia oltranzista, ma una folla di persone comuni, cooperatori e rappresentanti di piccole comunità delle aree interne e dei borghi a rischio spopolamento. Cittadini che, con una passione che sfiora l’ingenuità dei “buoni samaritani”, hanno investito tempo, risorse e speranze nell’idea di fare comunità attraverso l’energia pulita (le cosiddette CERS, a forte impatto sociale), e che oggi si scontrano contro il muro di gomma del Gestore dei Servizi Energetici. Il sentimento diffuso tra la folla era uno solo: abbandono e sfiducia di fronte a una resistenza tanto passiva quanto paralizzante.
Il paradosso degli extra-profitti (ai piccoli)
Tra le storie raccolte sul campo, alcune rasentano l’assurdo. Tra la folla si notavano i volti di alcuni imprenditori agricoli, presenti non per le CER, ma per denunciare una bizzarra applicazione delle norme sugli “extra-profitti”. A fronte di impianti di media taglia (intorno ai 200 kW), si sono visti recapitare dal GSE richieste di restituzione di somme consistenti per il biennio 2023-2024, poiché gli incentivi percepiti avrebbero superato le soglie ordinarie. Osservando le mani e le facce di questi produttori della terra – che spesso reinvestono quei minimi proventi per tenere in piedi la filiera locale – si fatica a scorgervi i profili dei grandi speculatori dell’energia, quelli che i veri extra-profitti miliardari li hanno incassati e messi al sicuro senza che nessuno andasse a bussare ai loro cancelli.
Il verbale del tavolo: quando la delegazione entra nella stanza dei bottoni
Mentre la piazza premeva, una delegazione guidata da Riccardo Troisi è stata ricevuta ai massimi livelli dall’Amministratore Delegato e dallo staff tecnico che gestisce la partita delle comunità energetiche.
L’esito del confronto e il racconto di chi era dentro restituiscono il perfetto compendio di come l’alta burocrazia di Stato gestisca il dissenso quando questo bussa direttamente al portone di casa.
L’estratto delle dichiarazioni e l’analisi del colloquio
La versione della delegazione: «Siamo stati ricevuti dall’Amministratore Delegato e da tutto lo staff. C’è stata un’attenzione ai massimi livelli del GSE e questo è un elemento positivo. È stato un confronto franco. Abbiamo denunciato la complessità della normativa e i ritardi che rendono il GSE un vero e proprio imbuto, un “tappo di bottiglia”. Loro ci hanno fatto presente la complessità amministrativa, l’enorme mole di lavoro e le trasformazioni che hanno dovuto gestire: solo per il PNRR si parla di circa 48.000 domande, più tutte le altre.»
-
La nostra suggestione: l’accoglienza “ai massimi livelli” è il primo, classico strumento di disinnesco. Quando la burocrazia commette un errore grossolano, la prima mossa non è il muro, ma l’abbraccio. Il GSE si scopre “imbuto”, ma si giustifica sollevando lo scudo della complessità e sciorinando i numeri (le 48.000 domande PNRR) come se l’afflusso di richieste per una misura strutturale dello Stato fosse una sventura imprevista e non un dato di fatto ampiamente programmabile.
La versione della delegazione: «Siamo convinti che anche loro credano in una transizione ecologica che mette al centro le comunità. Abbiamo chiesto risposte più concrete e immediate, e si è aperto un tavolo di confronto per sottolineare le criticità e capire insieme come superarle. Ci hanno dimostrato la volontà di migliorare gli strumenti per facilitare l’accreditamento. Ne usciamo abbastanza soddisfatti perché un attore forte come il GSE si mette a disposizione del Terzo Settore (ETS), che ha logiche diverse dalle imprese. Non diremo mai che il GSE è il nemico della transizione, ma deve sostenere i territori.»
-
La nostra suggestione: qui si consuma il capolavoro diplomatico del palazzo. Il “tavolo di confronto” è la medicina che la burocrazia somministra per curare l’urgenza con la promessa del futuro. Si concede un metodo (il tavolo) per non concedere subito il merito (le approvazioni). Il riconoscimento della specificità degli Enti del Terzo Settore rispetto alle imprese profit è un’ammissione tardiva: se le regole strutturali fossero state scritte con il rigore dovuto, non ci sarebbe bisogno oggi di “scoprire” che un’associazione no profit ha logiche diverse da una multinazionale.
La versione della delegazione: «Ci hanno detto che sono disponibili, si apre questo tavolo concreto ed era l’obiettivo che avevamo. Il prossimo passo è il MASE, perché dalla discussione sono emersi elementi interessanti di prospettiva che traguardano il lavoro delle comunità energetiche anche oltre le date di scadenza stabilite. Dovremo capire al Ministero se il governo attuale o quelli futuri intendano davvero sostenere questi modelli. Il GSE si dice d’accordo sul favorire le rinnovabili in questa direzione.»
-
La nostra suggestione: il rinvio della palla in tribuna. Il GSE, da controllato, veste i panni del saggio consigliere e indica alla delegazione il vero bersaglio: il Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica (MASE). È il gioco delle tre carte istituzionale: il gestore tecnico scarica la responsabilità sulla politica, e la piazza viene elegantemente reindirizzata verso un altro portone, con la promessa di “prospettive future” su scadenze ancora da definire.
La versione della delegazione (sulle prossime scadenze): «Ci siamo dati delle scadenze? No, ora manderemo un documento, loro lo analizzeranno e poi ci riconvocheremo, ma non prima dell’estate sicuramente. Rassicurati? Lo vedremo dal percorso. Per ora abbiamo aperto un confronto e non abbiamo trovato un portone chiuso. C’è da stare in campana e vigilare. Sulla manifestazione erano sorpresi, molto sorpresi. Monitorano molto bene i social, leggevano i post, anche se alcuni non coincidevano con la nostra linea. Ora continuiamo a testa bassa e l’obiettivo è andare sotto il MASE, possibilmente il 6 giugno.»
Il nostro giudizio: la maieutica del “tavolo” e l’arte di prendere tempo
L’ammissione finale è la più sincera: “Non prima dell’estate”. Tradotto dal burocratese: la pratica viene congelata fino a settembre sotto la dicitura “analisi dei documenti”.
Ciò che colpisce maggiormente è lo stupore dei dirigenti del GSE di fronte alla protesta fisica. Abituati a monitorare lo scontento attraverso i filtri rassicuranti degli algoritmi social – che ammettono di seguire con grande attenzione – si sono scoperti vulnerabili quando quel dissenso ha preso la forma di corpi, cartelli e voci sotto le loro finestre.
L’apertura del dialogo è un fatto positivo, ma non deve diventare un anestetico. Il fatto che il GSE si sia mostrato sorpreso e abbia immediatamente concesso le stanze felpate del potere dimostra una cosa sola: la pressione della cittadinanza attiva e le azioni di diffida legale hanno scalfito la loro narrazione di infallibilità. Adesso, come ammesso dagli stessi comitati, la vigilanza deve essere massima. I tavoli tecnici sono utili solo se producono decreti e sblocchi di pratiche; se servono unicamente a superare la stagione estiva in attesa che la protesta si sgonfi, allora la risposta non potrà che essere ancora più dura.
Prossima fermata: via Cristoforo Colombo, sponda MASE. La caccia ai responsabili del blocco energetico italiano è appena iniziata.




