
Al grido di “più pannelli, meno cavilli”
Non era mai successo nella storia di questo ente, eppure abbiamo dovuto vedere anche questo. Già di per sé, la notizia ha del clamoroso: decine di cittadini infuriati – seppur rigorosamente pacifici – accampati sotto le porte del palazzo del GSE. Immaginate lo shock per l’aristocrazia della burocrazia pubblica, da sempre abituata alla calma piatta e ai ritmi ovattati della “Roma bene” dei Parioli, costretta improvvisamente a fare i conti con la realtà delle proprie inefficienze amministrative.
L’esasperazione nasce da lontano. Due settimane fa abbiamo diffidato il GSE ad adempiere a numerose prescrizioni circa il rallentamento sistematico delle procedure e delle approvazioni delle Comunità Energetiche Rinnovabili. I 15 giorni previsti dai termini di legge sono scaduti e, ad oggi, dal palazzo non è pervenuto alcun riscontro. Un silenzio singolare, soprattutto se si considera l’inflessibile rigidità che questi signori esigono dai cittadini quando sono loro a imporre scadenze e adempimenti. Preso atto del mutismo istituzionale, nei prossimi giorni intensificheremo l’azione depositando un accesso civico generalizzato: vogliamo fare piena luce su tutto ciò che accade all’interno delle stanze di via Maresciallo Pilsudski.
La coincidenza interessante è che, proprio mentre ci accingevamo a muovere i nostri passi legali, un coordinamento di comunità energetiche del Lazio organizzava una mobilitazione spontanea contro l’ente, sollevando le medesime e identiche contestazioni da noi messe nero su bianco nella diffida.
La manifestazione si è tenuta il 20 maggio, una data che fissa un precedente significativo. Dopo decenni di torpore, i cittadini sono tornati a protestare davanti a un organismo di Stato. E non lo hanno fatto per rivendicazioni marginali, ma per una questione strutturale e dirimente per il futuro energetico del Paese.

Il dubbio sorge spontaneo osservando due pesi e due misure: i progetti presentati dalle grandi utility avanzano spediti e senza intoppi, così come quelli delle grandi ESCo. Al contrario, le istanze presentate da associazioni ed enti del Terzo Settore – i soggetti che per primi dovrebbero incarnare il senso sociale della svolta energetica – risultano sistematicamente incagliate nei cassetti dell’ente.
Uno scenario ampiamente prevedibile. Di fronte al paradosso di un palazzo di vetro dove fuori manifesta chi vuole produrre energia pulita e dentro siede la tecnocrazia energetica di nomina politica, il copione è stato il solito: si tenta di gestire il disastro limitando i danni d’immagine. Ecco perché non bastano più i soliti “tavoli tecnici” di cortesia offerti per calmare le acque. Servono rigore e fermezza. Chi detiene un potere pubblico e blocca lo sviluppo del Paese deve risponderne. Nomi, cognomi e ruoli: le responsabilità devono essere chiare e pubbliche.






