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Nel corso dell’evento “Il Rientro dei Fratelli”, ospitato presso la Sala Stampa della Camera dei Deputati e promosso da Consumerismo No Profit insieme ad AEPI e EPLI, Fabrizio Lobasso (Ministro Plenipotenziario, Vice Direttore Generale e Direttore Centrale per il Sistema Italia e gli investimenti, Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale) ha aperto il confronto istituzionale spiegando il valore strategico delle radici italiane nel mondo. L’iniziativa è nata per avviare un percorso verso una proposta di legge dedicata all’Impresa delle Radici, con l’obiettivo di trasformare il legame identitario degli italiani all’estero in una leva concreta per lo sviluppo economico del Paese.
«Quando parliamo di radici, parliamo di un concetto che oggi ricorre molto spesso. C’è il turismo delle radici, progetto del PNRR di cui il Ministero degli Affari Esteri ha la titolarità attraverso la Direzione generale per gli italiani all’estero. Noi lavoriamo in stretto coordinamento con loro, anche perché all’interno della nostra Direzione esiste un ufficio che si occupa dei territori e delle eccellenze italiane.
Il termine radici è importante perché va oltre una semplice simbologia. Radice significa tradizione, affidabilità, forza, attrattività, memoria e appartenenza. Significa qualcosa che ha resistito nel tempo e che continua a rappresentare un punto di riferimento.
Oggi milioni di italiani nel mondo guardano all’Italia. Non parliamo solo dei cittadini italiani o degli oriundi in senso stretto, ma anche di tante persone che sentono una vicinanza culturale con il nostro Paese. Se allarghiamo lo sguardo oltre la dimensione normativa, questa comunità diventa ancora più ampia.
Capisco bene questo sentimento. Lavoro in questo ambito da quasi trent’anni e vengo da Napoli, una città fortemente identitaria. Le radici sono qualcosa che sento profondamente e ogni volta che vado all’estero mi accorgo di quanto l’italianità sia percepita come un valore.
È una marcia in più fatta di resilienza, empatia, capacità di relazione. Un modo di stare con gli altri che rende gli italiani riconoscibili e spesso desiderati, non solo come destinazione turistica ma anche come partner culturali ed economici.
Quando un italiano o un discendente di emigrati decide di tornare in Italia, spesso compie un vero viaggio identitario. Non è solo turismo. È il desiderio di ritrovare una parte di sé, di recuperare un pezzo di storia, di comunità e di identità attraverso il contatto con i territori.
Naturalmente questo percorso nasce da una dimensione emozionale. Il turismo rappresenta spesso il primo passo. Esistono molte forme di turismo, da quello religioso a quello sanitario o culturale. Ma la vera sfida è il passaggio successivo, quello che trasforma questa esperienza in un legame più profondo con il Paese.
È qui che entrano in gioco le istituzioni, chiamate a creare le condizioni perché chi desidera investire o fare impresa in Italia trovi un ecosistema favorevole. Il ruolo del Ministero degli Esteri è proprio quello di internazionalizzare questo sentimento di appartenenza e trasformarlo in relazioni economiche e culturali.
Se pensiamo alle imprese dei nostri territori, pensiamo agli artigiani, alle aziende agricole, alle piccole realtà familiari. Tempo fa ho portato mio figlio in un agriturismo vicino Roma a mungere le capre e a fare formaggio. È stata per lui un’esperienza straordinaria, perché il confronto con il mondo virtuale che vede ogni giorno sui social è enorme.
Queste imprese custodiscono saperi, tradizioni e pratiche produttive che raccontano l’identità profonda di un luogo.
Questo tema si collega anche alla questione dell’Italian sounding. È giusto contrastare le imitazioni di bassa qualità che sfruttano il nome dell’Italia, ma dobbiamo stare attenti a non confondere questo fenomeno con le tradizioni autentiche portate avanti dalle comunità italiane all’estero.
Pensiamo alla nonna che in Australia continua a fare pane o pasta secondo le ricette tramandate da generazioni, magari utilizzando strumenti o ingredienti italiani. In quel gesto c’è molto di più di una semplice produzione alimentare: c’è cultura, manualità, socialità, identità.
Quando la pizza è stata riconosciuta patrimonio immateriale dell’umanità dall’UNESCO, il valore non stava negli ingredienti di questa, ma nella dimensione sociale di quel mestiere. Il pizzaiolo che canta, che dialoga con le persone, che insegna il mestiere ad altri pizzaioli rappresenta un patrimonio culturale vivo.
Lo stesso vale per una piccola cantina di famiglia, per un frantoio storico, per un laboratorio artigiano o per un’azienda agricola. In questi luoghi si producono cultura, memoria e identità.
Per questo dobbiamo iniziare a parlare di impresa delle radici. Un’impresa non è soltanto inserita in un territorio, ma lo incarna. Diventa un’espressione concreta della sua storia e della sua identità.
Per un discendente di emigrati italiani visitare questi luoghi significa vivere un’esperienza profonda. Non si tratta solo di ritrovare le tracce dei propri nonni, ma di comprendere come vivevano, cosa producevano, quali storie raccontavano. Tutti noi abbiamo bisogno di storie per riconoscerci in qualcosa.
Il turismo delle radici ha rappresentato un’opportunità straordinaria per lo sviluppo dei territori. Ora il sistema Italia deve compiere il passo successivo e trasformare questa esperienza in una vera impresa delle radici.
Questo significa anche coniugare tradizione e modernità. L’Italia non è solo food, fashion e furniture. È anche intelligenza artificiale, microchip, biotecnologie, scienze della vita e sistemi tecnologici avanzati.
Il nostro compito, come Ministero degli Esteri, è far conoscere questa realtà agli italiani nel mondo e a tutti coloro che guardano all’Italia come a un luogo dove investire e fare impresa.
Dobbiamo anche imparare a raccontare meglio il nostro Paese. Faccio spesso l’esempio della campagna Incredible India, che negli aeroporti di tutto il mondo racconta non solo un Paese, ma una civiltà, una spiritualità, una cultura.
Anche l’Italia deve saper comunicare la profondità della propria identità.
Per questo, insieme alla rete delle istituzioni e delle imprese, stiamo lavorando per attrarre buyer, investitori e imprenditori che non solo acquistino prodotti italiani, ma scelgano di investire nel nostro Paese.
Le imprese diventano così veri ambasciatori viventi dei territori e contribuiscono a costruire esperienze che integrano ospitalità, cultura, enogastronomia, artigianato e storia.
In questo ecosistema il ruolo delle associazioni, delle Pro Loco e delle comunità locali è fondamentale. Perché, alla fine, sono proprio le imprese dei nostri territori le migliori narratrici della storia d’Italia».




