L'Editoriale

Social come Fentanil, influencer come spacciatori?

Il design additivo dei social network, le condanne del 2026 contro Meta e Google. Il ruolo degli influencer come "spacciatori digitali" e la colpevolizzazione dei genitori. Ora il Governo italiano deve decidere con chi stare, se adottare il modello australiano con il divieto dei social per i minori di 16 anni e sanzioni severe(come l'arresto) per i creator privi di etica, o fare quello che propone META e i suoi scagnozzi, multare i genitori.

Il consumo di massa dei social network non è l’esercizio di una scelta libera, ma un’estorsione biochimica orchestrata attraverso algoritmi predatori. Siamo di fronte a un vero e proprio racket globale della droga digitale: proprio come il Fentanyl, che il governo americano dichiara ufficialmente di voler contrastare, questa sostanza sintetica viene lasciata libera di circolare, alimentata dall’inerzia delle istituzioni che ne permettono la diffusione capillare.

In qualità di padre e presidente di Consumerismo, porto avanti la mia battaglia per denunciare come il mercato digitale abbia travolto ogni confine etico, trasformando i nostri figli in cavie da laboratorio sacrificate sull’altare del profitto delle multinazionali e dei piccoli spacciatori digitali. I dati del marzo 2026 parlano chiaro: oltre il 25% dei ragazzi tra i 14 e i 17 anni mostra già segni clinici di dipendenza, una patologia indotta da un design “intenzionalmente additivo” che mira ad agganciare i minori prima ancora che abbiano sviluppato le difese cognitive necessarie.

Le prove emerse nelle varie sentenze, che abbiamo riunito in un dossier giuridico che presenteremo nelle prossime settimane, non lasciano spazio a interpretazioni benevole. Siamo di fronte a un sistema di spaccio legalizzato dove la sostanza non si inala, ma si visualizza attraverso schermi che emettono dosi costanti di dopamina sintetica attraverso un design intenzionalmente additivo.

Social network e dipendenza da design additivo

Il verdetto storico emesso dalla L.A. Superior Court il 25 marzo 2026 nel caso K.G.M. contro Meta e Google ha squarciato il velo di Maya. La giuria ha stabilito che colossi come Mark Zuckerberg e i vertici di YouTube hanno deliberatamente ignorato i rischi per la salute mentale dei minori pur di massimizzare il tempo di permanenza sulle piattaforme. Non si tratta di un errore di valutazione, ma di una strategia industriale consapevole che ha portato una giovane di soli vent’anni a soffrire di depressione e dismorfismo corporeo a causa di un uso compulsivo iniziato quando era ancora una bambina.

Il concetto di design additivo è la chiave di volta di questa nuova forma di schiavitù commerciale che sfrutta la vulnerabilità neurologica dei minori. I documenti interni di Meta, come il famigerato Tweens Memo, rivelano l’intenzione predatoria di attirare i ragazzi in età pre-adolescenziale per fidelizzarli prima che sviluppino filtri critici. Quando un prodotto è progettato con lo scroll infinito per bypassare la volontà dell’utente, smette di essere un servizio e diventa una trappola psichica che lo Stato ha il dovere di smantellare immediatamente.

Gli influencer come spacciatori di modelli tossici

In questo ecosistema degradato, gli influencer senza scrupoli agiscono come veri e propri pusher di sogni infranti e modelli di vita irraggiungibili o di contenuti spesso completamente falsi o inventati. Spesso vediamo personaggi dello spettacolo, esponenti politici e sedicenti paladini dei cittadini pronti a prestare il fianco a questo sistema, quasi fosse un vizio congenito quello di farsi lusingare dalle multinazionali a danno della collettività. Il loro obiettivo non è informare o creare valore, ma alimentare la dipendenza della propria fan base per aumentare il valore dei contratti pubblicitari attraverso algoritmi ottimizzati per il tempo di permanenza. Vediamo quotidianamente come questa ricerca ossessiva del consenso porti alla diffusione di contenuti che promuovono l’autolesionismo e regimi alimentari estremi, colpendo il 10% dei nostri preadolescenti.

Dobbiamo avere il coraggio di dire che chi specula sulla fragilità emotiva dei minori per gonfiare il proprio conto in banca è complice di questo disastro sociale. La maschera del creator creativo cade nel momento in cui l’unico valore prodotto è il consumo compulsivo di identità fittizie che alimentano l’ansia e i disturbi del sonno nel 15,9% dei ragazzi. Lo Stato deve intervenire con sanzioni pecuniarie e interdittive pesantissime, equiparando la responsabilità di chi produce questi contenuti a quella di chi commercia sostanze stupefacenti pericolose. E quindi, invece di ipotizzare assurde multe ai genitori, non sarebbe il caso di rafforzare le norme sulle responsabilità legali dirette dei creator?

La responsabilità dei genitori e il dovere dello Stato

Le Big Tech tentano di difendersi sostenendo che la responsabilità della navigazione ricada esclusivamente sui padri e sulle madri. È una tesi indegna e manipolatoria che io respingo con forza poiché ignora il fatto che le piattaforme abbiano ingannato sistematicamente il pubblico sulla reale sicurezza dei loro prodotti. Affermare che un genitore, già provato dalle difficoltà quotidiane, debba combattere da solo contro algoritmi da miliardi di dollari è come pretendere che un cittadino comune fermi un esercito a mani nude.

I genitori sono le vittime di questo sistema e vanno protetti, non colpevolizzati o multati come vorrebbero alcune proposte sconsiderate che ignorano l’obbligo di protezione specifica imposto dalle norme europee. Il governo deve seguire l’esempio dell’Australia e implementare un divieto rigoroso per i minori di sedici anni, garantito da sistemi di verifica dell’età non aggirabili. Non possiamo permettere che l’educazione dei nostri figli venga delegata a macchine progettate per il profitto, specialmente quando il 62% dei bambini usa il cellulare già tra i 3 e i 5 anni.

Azioni legali e risarcimento del danno collettivo

La condanna subita da Meta nel New Mexico per 375 milioni di dollari per pratiche commerciali sleali è solo l’inizio di una valanga legale che deve travolgere chi ha lucrato sulla pelle dei più deboli. Io sto monitorando l’attività dell’ affinché eserciti i suoi poteri di controllo previsti dal Digital Services Act, che permette sanzioni fino al 6% del fatturato mondiale. Dobbiamo trasformare i casi isolati di sofferenza in un movimento collettivo di resistenza civile contro lo strapotere digitale.

Come sostengo fermamente, “non stiamo chiedendo una censura, ma una bonifica sanitaria di un ambiente che è diventato tossico per l’intera società”. Solo attraverso una class action globale e una normativa che riconosca il danno da dipendenza digitale potremo sperare di restituire un futuro ai nostri giovani, combattendo il fenomeno degli oltre 200.000 hikikomori in Italia. Il diritto alla salute dei minori è un interesse superiore a ogni logica di mercato e non farò un passo indietro finché queste piattaforme non saranno rese innocue.

Luigi Gabriele

Presidente di Consumerismo no Profit, e responsabile editoriale di Consumerismo.it. Segno zodiacale Cancro. Laurea in Scienze Politiche alla Sapienza di Roma (indirizzo politico-amministrativo, per chi ancora crede nelle etichette), giornalista e comunicatore pubblico regolarmente censito nelle rispettive anagrafi di categoria. Ha trascorso gli anni della formazione tra aule accademiche e palazzi del potere, specializzandosi in affari regolatori e relazioni istituzionali, prima di capire che il vero potere risiede nel portafoglio (spesso vuoto) del cittadino. Dal 2008 ha scelto la trincea del sociale come attivista, trasformandosi nell'incubo dei "cartelli" e nella voce fuori dal coro per la tutela dei consumatori. In questo ambito è diventato il volto e la parola delle principali organizzazioni del settore, prestando la propria expertise a molti gruppi di lavoro del Ministero dello Sviluppo Economico e alle Commissioni Parlamentari, dove tenta quotidianamente di tradurre i testi legislativi in una lingua comprensibile ai comuni mortali. Conoscitore anche dei gossip, delle autorità di vigilanza e regolazione italiane, dove ne analizza regolazione, posizioni e sopratutto comportamento. Vive un'ossessione cromatica per l'arancione e il blu scuro, colori eletti a divisa d'ordinanza tra cravatte, braccialetti e stemmi, nonché pantone ufficiale di Consumerismo No Profit, la lobby indipendente dei consumatori italiani di cui è Presidente. L'arancione è anche il tratto distintivo della sua Fiat 500 del 1971 serie L, acquistata per 4.000 euro con i risparmi accumulati in sei anni di mobilità elettrica estrema. Muovendosi tra i palazzi del potere di Roma su una mini bici elettrica, ha infatti evitato 10.000 euro di esborsi tra carburante, bolli e multe: un'operazione che, tra risparmio e rivalutazione dell'auto, ha generato un valore di 14.000 euro. La prova vivente che cambiare un’abitudine è il miglior investimento finanziario possibile. Consulente stabile per i principali media nazionali in materia di economia e consumi, ha la pessima abitudine di dire la verità sui prezzi anche quando non è conveniente per lo share. Quando non è impegnato a difendere i diritti altrui o a pedalare tra i ministeri, si rifugia in montagna per praticare trekking, cercando in quota quell'allineamento tra visione e azione che il livello del mare spesso offusca. Docente di comunicazione pubblica e istituzionale presso il Master di secondo livello in Mangement & Governance della PA dell'Università Niccolò Cusano, insegna ai futuri dirigenti che il senso viene sempre prima della velocità e che la coerenza è l'unica moneta che non svaluta mai. presidenza@consumerismo.it www.luigigabriele.it

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