Economia Sociale

Il team building che lascia il segno: guida al volontariato d’impresa

Il volontariato d'impresa porta tempo e competenze dei tuoi dipendenti al servizio della comunità. Una guida pratica: cosa prevede la legge, quali vantaggi per l'azienda, compreso quello fiscale, come organizzarlo bene e come diventare attivisti Consumerismo.

Decimo appuntamento della rubrica. Una giornata in barca a vela, una sfida in escape room, la cena di fine anno: momenti preziosi per fare squadra, che spesso però si fermano al ricordo di una bella giornata. Il d’impresa fa un passo in più e lascia qualcosa anche fuori dall’azienda: persone aiutate, competenze nuove, un gruppo più unito. In questa guida vediamo come funziona, cosa prevede la legge e come organizzarlo perché sia un progetto vero e non una vetrina.

Pensa all’ultima attività di team building della tua azienda. Probabilmente ricordi bene com’è andata, le risate, magari qualche foto rimasta nel telefono. Ora prova a chiederti un’altra cosa: oltre alla tua squadra, a chi è servita quella giornata?

Ora immagina un’altra giornata. Una parte della tua squadra è in piazza, a un banchetto informativo, e aiuta i passanti a capire una o un contratto appena firmato. Un’altra è su una spiaggia o in un parco cittadino, guanti e sacchi alla mano, per una mattina di pulizia insieme ai volontari del quartiere. Qualcun altro affianca un’associazione in un reparto ospedaliero, a leggere una storia ai bambini o a fare compagnia a chi non riceve visite. E il tuo responsabile commerciale è in una sala comunale davanti a trenta pensionati, a spiegare come si riconosce una telefonata truffa.

A fine giornata nessuno torna in ufficio con una foto di gruppo e basta. C’è chi racconta del signore che gli ha detto “ieri ne ho ricevuta una così, per fortuna ho riattaccato”, chi del sacco di plastica raccolto in due ore, chi del sorriso di un bambino. Sono queste le storie che la tua squadra si porta dietro per mesi.

Questo è il volontariato d’impresa: l’azienda mette tempo e competenze delle proprie persone al servizio di un progetto di utilità sociale, costruito insieme a un ente del Terzo settore. È uno degli strumenti più concreti dell’, perché non sposta denaro: sposta persone.

Due strade diverse, da non confondere

Prima di partire serve una distinzione che molti saltano, e che invece cambia parecchio.

La prima strada è il volontariato d’impresa in orario di lavoro: i dipendenti partecipano durante la giornata lavorativa e continuano a essere retribuiti. È difficile considerarli volontari in senso stretto, perché il Codice del Terzo settore (art. 17) definisce chi agisce in modo personale, spontaneo e gratuito, mentre qui il tempo è pagato dall’azienda. È lo stesso approccio della norma fiscale, che parla di “impiego di lavoratori dipendenti”. Per questo la giornata va organizzata come un’attività di lavoro svolta all’esterno, con una convenzione tra azienda ed ente che regoli tempi, responsabilità, sicurezza e coperture assicurative.

La seconda strada è il volontariato personale: il dipendente si impegna nel proprio tempo libero, con permessi non retribuiti o con le ferie, senza alcun compenso. Qui diventa volontario dell’ente a tutti gli effetti, con le tutele previste per i volontari. L’azienda non organizza, ma può favorire quell’impegno, per esempio concedendo permessi dedicati, e riconoscerlo.

Le due strade convivono bene, e spesso la prima apre la porta alla seconda: chi prova una giornata con i colleghi, a volte, decide di restare.

Cosa ci guadagna l’azienda (e non è retorica)

Il volontariato d’impresa viene spesso raccontato come un gesto di generosità. Lo è, ma potrebbe essere visto anche come un investimento, con ritorni che si possono descrivere uno per uno. Sono quattro, e toccano livelli diversi dell’azienda.

Il primo ritorno riguarda le persone. Una giornata ben progettata produce ciò che il team building classico promette e raramente mantiene: collaborazione fuori dai ruoli, orgoglio di appartenenza, motivazione. Con una differenza decisiva: qui il risultato è reale, e chi partecipa lo sa.

Il secondo riguarda le competenze. Nella forma più evoluta, il volontariato di competenza, ognuno mette a disposizione ciò che sa fare: il grafico impagina i materiali dell’ente, l’informatico sistema un gestionale, chi lavora nel servizio clienti insegna a leggere una bolletta. Per chi dona competenze è una palestra di leadership; per chi le riceve, un valore che da solo non potrebbe permettersi.

Il terzo riguarda la rendicontazione. Ore donate, persone raggiunte, attività realizzate sono numeri veri per la parte sociale del report di sostenibilità, non aggettivi. E se vuoi andare oltre il conteggio delle ore, lo SROI di cui abbiamo parlato nell’ottava puntata ti aiuta a dare un valore a ciò che quelle ore hanno prodotto.

Il quarto, e forse il più interessante per chi fa impresa, riguarda il fisco. Quando i tuoi dipendenti dedicano ore di lavoro a un ente del Terzo settore, la domanda è legittima: quel costo resta deducibile, anche se il lavoro non è servito direttamente all’azienda? La risposta è sì, entro un limite preciso.

Il Testo unico delle imposte sui redditi (art. 100, comma 2, lettera i) consente di dedurre il costo dei dipendenti assunti a tempo indeterminato impiegati in servizi a favore di un ente non profit, fino al cinque per mille delle spese complessive per il personale. Facciamo un esempio: un’azienda che spende 2 milioni di euro l’anno in personale può mettere a disposizione ore di lavoro fino a un costo di 10.000 euro, che restano deducibili come se quelle persone avessero lavorato in ufficio.

La norma è nata per le ONLUS, ma dal 2026, con il superamento di quella qualifica, il Codice del Terzo settore (art. 89, comma 7) stabilisce che le disposizioni riferite alle ONLUS valgono per gli enti del Terzo settore non commerciali, in quanto compatibili.

La differenza tra un progetto e una passerella

Il volontariato d’impresa fallisce in un solo modo: quando è pensato per la foto. Mezza giornata improvvisata, un’attività inutile all’ente che ospita, il comunicato stampa il giorno dopo. I dipendenti se ne accorgono prima di tutti, e l’effetto sulla motivazione diventa negativo. Per evitarlo servono cinque attenzioni.

La prima è partire da un bisogno reale dell’ente, non da un’attività inventata per ospitare l’azienda. Dieci persone che ridipingono una stanza già pulita sono una passerella. Le stesse dieci persone che aiutano un’associazione a smaltire le pratiche arretrate sono un progetto. La domanda giusta da fare all’ente non è “cosa possiamo fare insieme?”, ma “cosa vi serve e non riuscite a fare da soli?”.

La seconda è una preparazione adeguata. Chi partecipa deve arrivare sapendo cosa farà, perché lo farà e chi incontrerà. Bastano un’ora di incontro qualche giorno prima e un referente dell’ente presente durante la giornata: fanno la differenza tra un gruppo spaesato e una squadra che lavora bene.

La terza è regolare bene il rapporto. Una convenzione scritta tra azienda ed ente stabilisce tempi, compiti, responsabilità, sicurezza e coperture assicurative. Non è burocrazia: è ciò che permette a entrambi di lavorare tranquilli.

La quarta è una misurazione onesta: ore donate, persone raggiunte, risultati ottenuti, e anche ciò che non ha funzionato. Sono i numeri da condividere prima con i dipendenti e poi nel report, e sono la base per migliorare l’edizione successiva.

La quinta è comunicare con misura. Raccontare l’iniziativa è legittimo, ma l’attenzione al cosiddetto “social washing” è crescente, e un messaggio gonfiato rischia di fare più danni del silenzio: è un fenomeno a cui dedicheremo una puntata specifica. Intanto vale una regola semplice: dire con precisione cosa si è fatto, con chi e con quali risultati. E un’altra che vale per tutti: chi fa volontariato non rappresenta la propria azienda e non porta il suo marchio dentro l’attività dell’ente.

Cosa può fare Consumerismo con la tua squadra

Le nostre attività di interesse generale, a partire dalla tutela dei consumatori riconosciuta dal Codice del Terzo settore (art. 5, comma 1, lettera w), offrono terreni in cui le competenze aziendali servono davvero. Pensa a chi, nella tua azienda, sa spiegare le cose con semplicità, a chi conosce i contratti, a chi lavora con i social o con i dati.

C’è spazio per tutti. Negli incontri di prevenzione contro le truffe telefoniche e , come quelli del nostro tour “Pronto, chi parla?”, servono persone capaci di parlare a un pubblico di con pazienza e chiarezza. Ai banchetti informativi in piazza serve chi sa ascoltare e indirizzare: una bolletta incomprensibile, un contratto firmato troppo in fretta, un dubbio da girare ai nostri esperti.

Nell’educazione al consumo nelle scuole servono testimonianze vere, perché un ragazzo impara a leggere un contratto meglio da chi ne scrive o ne gestisce ogni giorno. E nelle nostre campagne servono competenze di comunicazione, grafica e analisi dei dati, che spesso un’associazione non può permettersi.

E c’è un terreno che sta diventando sempre più importante, quello dello spopolamento dei territori. Con il progetto “Il Rientro dei Fratelli” lavoriamo perché chi si è trasferito in un’altra regione o all’estero possa tornare a investire e a operare nel proprio territorio d’origine anche senza rientrare fisicamente, superando gli ostacoli burocratici che oggi lo scoraggiano. Qui servono competenze giuridiche, fiscali, finanziarie e digitali: le stesse che ogni giorno si usano in azienda, messe al servizio dei comuni che rischiano di svuotarsi.

Il formato si costruisce insieme: una singola giornata, un ciclo di incontri sul territorio, un progetto di competenza che dura qualche settimana.

C’è poi un valore che nessun’altra destinazione può dare: per un’impresa, mettere le proprie persone al servizio della tutela dei consumatori è un messaggio di coerenza. La tua squadra impara a guardare il mercato dal lato di chi compra: una competenza che si riporta in ufficio e che, per qualcuno, potrebbe cambiare il modo di guardare tutto il resto.

Diventa attivista Consumerismo

Per chi vuole andare oltre la giornata, c’è un passo in più: diventare attivista Consumerismo, uno dei volontari che portano la tutela dei consumatori nei propri territori, organizzando incontri e raccogliendo le segnalazioni dei cittadini per il nostro Sportello.

Cosa riceve chi sceglie questa strada? Una formazione sui diritti dei consumatori, utile prima di tutto nella vita di ogni giorno. Un percorso di crescita con tappe e riconoscimenti, che può arrivare fino alla guida di una delegazione territoriale. L’appartenenza a una rete nazionale. E nessun obbligo di risultato: ognuno dà il tempo che può.

Le regole sono quelle del volontariato vero: impegno gratuito, solo rimborsi delle spese effettivamente sostenute, copertura assicurativa a carico dell’ente. E l’ agisce a titolo personale: non rappresenta la propria azienda e non si occupa di segnalazioni che la riguardano.

L’azienda può proporre il percorso alle proprie persone, riconoscerne l’impegno e affiancarlo a giornate in orario di lavoro. Vuoi portare la tua squadra in Consumerismo, per una giornata o per sempre? Scrivici a imprese@consumerismo.it: costruiamo insieme il percorso, dalla prima giornata con i tuoi colleghi al primo attivista sul tuo territorio.


Le informazioni contenute in questo articolo hanno carattere divulgativo e non sostituiscono la consulenza sul caso concreto. L’autore. Giovanni Riccobono è Direttore Generale di Consumerismo No Profit APS ETS. Master di I livello in Scienze e Management degli Enti del Terzo Settore (Università LUMSA).

Giovanni Riccobono

Direttore Generale e Tesoriere di Consumerismo No Profit e professionista specializzato nella tutela dei consumatori, con una consolidata esperienza nel settore energetico. Da oltre dodici anni opera nel mondo delle utility, con particolare attenzione alla tutela energetica e alla gestione delle controversie. Nel corso della sua attività ha seguito migliaia di reclami e contribuito al recupero di oltre un milione di euro a favore dei consumatori. Blogger, divulgatore e autore di tre libri dedicati alla tutela energetica, ha progressivamente esteso il proprio percorso professionale al management del Terzo Settore, alla rappresentanza associativa e alle relazioni con istituzioni e mercato, conseguendo il Master in Scienze e Management degli Enti del Terzo Settore presso LUMSA.

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