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DeepSeek esclusa dalle agenzie federali USA: chi controlla i dati quando usiamo l’AI?

Gli Stati Uniti escludono DeepSeek dai sistemi delle agenzie federali civili, mentre l’azienda rende pubblico DeepInfer. Cosa cambia per chi utilizza l’intelligenza artificiale e quali sono le differenze tra AI online e locale in materia di , sicurezza e controllo dei dati?

Una da controllare, un contratto da leggere, un documento di lavoro da riassumere. Sempre più persone utilizzano l’intelligenza artificiale per svolgere attività quotidiane, spesso caricando file che contengono informazioni personali o riservate.

Ma dove finiscono quei documenti? Vengono elaborati direttamente sul nostro computer oppure trasmessi ai server di un’azienda? E soprattutto, è possibile utilizzare un’intelligenza artificiale senza dover affidare i propri dati a un servizio esterno?

La recente vicenda che coinvolge DeepSeek, società cinese specializzata nell’intelligenza artificiale, e il governo degli Stati Uniti offre l’occasione per approfondire una questione che riguarda consumatori, professionisti e imprese: il controllo delle informazioni che condividiamo con questi strumenti.

DeepSeek e il provvedimento americano

Il 20 ottobre 2026 è stato pubblicato nel Federal Register, il registro ufficiale degli atti federali americani, un provvedimento del Dipartimento per la Sicurezza Interna degli Stati Uniti (DHS) che dispone l’esclusione dei prodotti DeepSeek dagli acquisti delle agenzie federali civili interessate e la loro rimozione dai relativi sistemi informatici.

L’ordinanza originale, firmata il 24 luglio 2026, comprende anche prodotti e servizi sviluppati da altre aziende utilizzando implementazioni della tecnologia DeepSeek. Il provvedimento non costituisce quindi un divieto generale per tutti i cittadini americani e non proibisce indistintamente alle imprese private di utilizzare questi strumenti.

Le autorità statunitensi motivano la decisione con preoccupazioni legate alla sicurezza informatica, al possibile trasferimento di informazioni verso la Cina e ai rischi di accesso ai dati da parte di soggetti esterni. Si tratta delle valutazioni di sicurezza contenute nel provvedimento, che non dimostrano che ogni prodotto basato su DeepSeek presenti gli stessi rischi.

Il 20 ottobre, DeepSeek ha anche annunciato la pubblicazione di DeepInfer, un software utilizzato per far funzionare i propri modelli di intelligenza artificiale. Il codice è stato reso disponibile con licenza Apache 2.0, che ne consente l’utilizzo, la modifica e la distribuzione, anche commerciale, nel rispetto delle condizioni previste.

La pubblicazione apre una questione che va oltre il confronto politico e tecnologico tra Washington e Pechino: che cosa succede quando un’intelligenza artificiale può funzionare anche al di fuori delle infrastrutture dell’azienda che l’ha sviluppata?

Un’intelligenza artificiale può funzionare anche senza Internet?

Quando utilizziamo un servizio di intelligenza artificiale online, normalmente scriviamo una domanda o carichiamo un documento attraverso un’applicazione o un sito. Le informazioni vengono trasmesse ai server che gestiscono il servizio, dove il sistema le elabora per generare una risposta.

Questo passaggio può essere evitato con un’intelligenza artificiale installata direttamente sul proprio dispositivo o su un server gestito autonomamente. Se configurata per funzionare interamente in locale, può elaborare documenti e rispondere alle domande senza inviare il contenuto delle conversazioni ai server del produttore.

Per comprendere la novità introdotta da DeepInfer, occorre distinguere tre elementi che spesso vengono confusi.

Il modello di intelligenza artificiale è la parte addestrata a generare risposte. Il software di esecuzione è il programma che permette al computer di utilizzare quel modello. L’applicazione è ciò che vediamo sullo schermo e attraverso cui scriviamo le nostre richieste.

DeepInfer riguarda principalmente il secondo elemento. Non è un nuovo chatbot da installare sul telefono, ma un software destinato a far funzionare il modello DeepSeek-V4.1-Flash su infrastrutture informatiche specializzate.

La documentazione ufficiale precisa che il progetto pubblicato consente l’elaborazione offline, ma non contiene tutti i componenti necessari a realizzare un servizio online completo come quello offerto dall’azienda. Richiede inoltre hardware specifico, destinato soprattutto a utilizzi professionali.

Il punto, quindi, non è che da domani tutti potranno installare l’intero servizio DeepSeek sul proprio portatile. La novità è la possibilità, per chi dispone delle competenze e delle risorse necessarie, di utilizzare parte della tecnologia senza dipendere direttamente dai server del produttore.

Più controllo sui dati significa maggiore privacy?

Immaginiamo un professionista che utilizza l’intelligenza artificiale per analizzare documenti contenenti informazioni sui propri clienti. Con un servizio online, quei documenti vengono elaborati secondo le modalità previste dal fornitore. Con un sistema completamente locale, possono invece rimanere all’interno dell’infrastruttura informatica utilizzata dal professionista.

È una differenza concreta. Ridurre la trasmissione di dati verso servizi esterni può diminuire alcuni rischi legati alla loro diffusione e offrire maggiori possibilità di controllo.

Ma utilizzare un’intelligenza artificiale in locale non garantisce, da solo, la sicurezza delle informazioni. Il computer potrebbe essere vulnerabile, il programma potrebbe conservare dati senza protezioni adeguate oppure alcune funzioni potrebbero collegarsi a servizi esterni.

Il CERT-EU, il servizio di sicurezza informatica delle istituzioni europee, ha affrontato questo tema in un documento del luglio 2025. Secondo l’organismo, i modelli di intelligenza artificiale ospitati su infrastrutture proprie possono offrire un maggiore controllo sulle informazioni, ma richiedono hardware adeguato, personale competente e una gestione attenta della sicurezza.

La distinzione riguarda anche i servizi online. Non tutti trattano i dati allo stesso modo: alcuni offrono condizioni specifiche per imprese e professionisti, possibilità di limitare l’utilizzo delle informazioni per l’addestramento e garanzie sulla loro conservazione.

C’è poi un aspetto spesso trascurato. Il Paese in cui viene sviluppata un’intelligenza artificiale non coincide necessariamente con quello in cui vengono elaborati i dati degli utenti. Un modello realizzato in Cina può essere installato su server gestiti in Europa, così come un modello americano può funzionare su infrastrutture collocate in altri Paesi.

Per valutare la protezione delle informazioni, conoscere la provenienza del modello non basta. Bisogna comprendere chi gestisce il servizio, dove avviene l’elaborazione, quali dati vengono raccolti e chi può accedervi.

Per le aziende e i professionisti che trattano dati personali, nell’Unione europea rimangono inoltre applicabili le disposizioni del GDPR, il regolamento sulla protezione dei dati, indipendentemente dal fatto che utilizzino un servizio cloud oppure un sistema interno. La gestione locale non elimina gli obblighi di riservatezza e sicurezza.

Il software può essere gratuito, ma utilizzarlo ha un costo

La disponibilità di modelli e programmi aperti può favorire la nascita di nuovi servizi e offrire maggiori possibilità di scelta rispetto alle piattaforme commerciali.

Tuttavia, rendere pubblico un software non significa che chiunque possa utilizzarlo facilmente o senza spese.

Un esempio è DwarfStar, progetto sviluppato dal programmatore italiano Salvatore Sanfilippo, che permette di eseguire determinati modelli di intelligenza artificiale su computer personali compatibili.

La documentazione indica, per alcune configurazioni dei modelli DeepSeek sui Mac, almeno 96 GB di memoria unificata. Si tratta di caratteristiche proprie di computer di fascia alta, anche se il progetto prevede modalità alternative che utilizzano gli SSD, cioè le unità di memoria su cui vengono conservati i file, per funzionare su macchine con meno memoria.

DwarfStar è un progetto indipendente da DeepInfer, già avviato prima del suo rilascio. Entrambi, con finalità e requisiti differenti, mostrano come sia possibile utilizzare modelli di intelligenza artificiale senza ricorrere necessariamente al servizio online del produttore.

Per un consumatore, acquistare un computer molto potente soltanto per eseguire un modello locale potrebbe non essere conveniente. Per un’impresa che gestisce grandi quantità di informazioni riservate, invece, una soluzione interna potrebbe rappresentare un investimento da valutare, considerando anche consumi elettrici, manutenzione e sicurezza.

Esiste inoltre una differenza tra poter consultare il codice di un programma e avere la certezza che quel programma sia sicuro. Il codice aperto permette a sviluppatori e ricercatori di studiarlo, individuare problemi e proporre correzioni. La pubblicazione, però, non certifica che ogni componente sia stato verificato.

Cosa controllare prima di affidare un documento all’AI

La vicenda DeepSeek pone una questione utile anche per chi non utilizzerà mai un modello installato sul proprio computer.

Prima di caricare una bolletta, un contratto o qualsiasi altro documento su un servizio di intelligenza artificiale, è opportuno farsi tre domande.

La prima riguarda dove vengono elaborati i dati e chi gestisce il servizio. La seconda è se le conversazioni e i documenti possono essere utilizzati per addestrare i modelli e se esiste la possibilità di escludere questo utilizzo. La terza riguarda per quanto tempo le informazioni vengono conservate e quali possibilità abbiamo di cancellarle.

Le risposte possono trovarsi nelle informative sulla privacy, nelle condizioni del servizio e nelle impostazioni dell’account. Se non sono chiare, è prudente evitare di caricare dati personali o documenti riservati, soprattutto quando contengono informazioni riferite ad altre persone.

Il caso DeepSeek dimostra che l’intelligenza artificiale può essere utilizzata anche attraverso infrastrutture indipendenti dal produttore. Questo può aumentare la libertà di scelta e il controllo sui dati, ma comporta nuove responsabilità tecniche ed economiche.

Per i consumatori, il punto non è stabilire che un’intelligenza artificiale locale sia sempre preferibile a una online. È avere informazioni sufficienti per scegliere consapevolmente a quale servizio affidarsi.

Sapere cosa chiedere all’intelligenza artificiale è importante. Sapere a chi stiamo affidando le nostre informazioni lo è altrettanto.

Francesco Paolo D'Amico

Francesco Paolo D’Amico è Innovation Manager certificato UNI 11814, fondatore di damico.ai e ideatore del Metodo ORMA. Fa parte della Direzione del Centro Studi nazionale di Consumerismo No Profit, dove contribuisce agli approfondimenti su educazione artificiale, tutela del consumatore, uso responsabile dell’AI e governance degli strumenti digitali. La sua attività si concentra sull’aiutare persone, professionisti, PMI e organizzazioni a comprendere e governare l’intelligenza artificiale in modo utile, etico e concreto.

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