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La diaspora come capitale economico. Dalle radici all’impresa

Secondo Marco Rosso gli italiani nel mondo non rappresentano solo una comunità affettiva, ma una rete imprenditoriale già attiva che può diventare motore di investimenti nei territori italiani

All’evento “Il Rientro dei Fratelli”, organizzato alla Camera dei Deputati da Consumerismo No Profit insieme ad e EPLI, Marco Rosso (Promotore del progetto “Radici e Imprese”) ha presentato i risultati di un lavoro di analisi e connessione tra diaspora imprenditoriale e sistema produttivo italiano. L’obiettivo dell’iniziativa è costruire un modello capace di trasformare il legame identitario degli italiani all’estero in relazioni economiche stabili, aprendo nuove opportunità di investimento nei territori e nelle piccole imprese.

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«Dalle esperienze che abbiamo osservato negli ultimi mesi emergono alcune evidenze operative che credo possano essere utili a questa discussione.

La prima riguarda un punto fondamentale. Le radici italiane rappresentano un capitale economico che esiste già, ma che è ancora in attesa di un’infrastruttura adeguata. La diaspora italiana nel mondo non è una platea da sensibilizzare o da convincere. È già una rete attiva composta da imprenditori, professionisti, investitori, ristoratori e operatori economici che non chiedono soltanto di visitare l’Italia, ma di fare business con l’Italia.

Questa è la vera differenza che dobbiamo cogliere. Non si tratta più soltanto di chiederci come riportare gli italiani del mondo nei luoghi di origine, ma di capire come trasformare un legame identitario in una relazione economica stabile.

Una seconda evidenza riguarda la crescente ricerca di autenticità da parte della diaspora. Pensiamo in particolare agli Stati Uniti. Molti imprenditori italoamericani ci raccontano che il mercato è ormai saturato di prodotti Italian sounding. Quello che oggi cercano è un’autenticità verificabile, basata sul contatto diretto con le imprese, sull’accesso alle filiere reali e sulla relazione con i territori.

Sempre più imprenditori vogliono visitare le aziende, entrare nei laboratori, comprendere i processi produttivi, vedere dove il Made in Italy nasce davvero. In questo modo l’identità italiana smette di essere soltanto un simbolo e diventa una relazione economica concreta. La diaspora può quindi diventare un alleato strategico nella difesa e nella valorizzazione del Made in Italy autentico. Si passa così da una dimensione emotiva a una dimensione economica.

Un’altra evidenza riguarda le aree interne del Paese. In diversi casi abbiamo osservato dinamiche di rientro e investimento nei borghi italiani. Quando esiste un ponte relazionale credibile, il legame con l’Italia si traduce in investimenti imprenditoriali, nella nascita di nuove attività, nella valorizzazione delle produzioni locali e, in alcuni casi, anche in iniziative filantropiche a favore delle comunità.

In Abruzzo, ad esempio, imprenditori americani hanno avviato progetti legati all’ospitalità e ai servizi nei paesi di origine delle proprie famiglie. Nel Lazio un imprenditore ha trasformato un’area del suo paese natale creando una cantina, strutture ricettive e uno spazio culturale.

Questi non sono episodi isolati. Sono dinamiche che emergono quando il legame identitario incontra una struttura relazionale adeguata. Il problema, infatti, non è la mancanza di interesse da parte della diaspora. L’interesse esiste già. Il punto è l’assenza di un’infrastruttura stabile che renda questi percorsi semplici, leggibili e replicabili.

Ed è proprio qui che la riflessione istituzionale può avere un ruolo decisivo.

Dal punto di vista sistemico, l’Italia possiede una combinazione unica. Abbiamo un modello produttivo umano, territoriale e relazionale, fondato su una rete di piccole e medie imprese radicate nei luoghi. Abbiamo un capitale identitario globale, riconosciuto in tutto il mondo. E abbiamo una diaspora imprenditoriale molto diffusa.

Oggi questi tre elementi dialogano tra loro in modo episodico. La sfida è rendere questo dialogo strutturale, stabile e scalabile.

Non si tratta di un percorso teorico. In alcuni contesti interregionali questo modello è già stato sperimentato con risultati concreti, grazie alla collaborazione tra istituzioni, sistema produttivo e comunità imprenditoriali della diaspora.

In altre parole, l’Italia non ha bisogno di inventare un nuovo mercato. Ha bisogno di strutturare una relazione che esiste già.

Questo approccio non sostituisce gli strumenti della diplomazia economica, le politiche per l’export o il turismo delle radici. Al contrario, li integra. La diplomazia economica lavora su grandi direttrici strategiche, mentre nei territori emerge una domanda molto concreta di connessione diretta tra imprese italiane e diaspora.

Sono due livelli diversi ma complementari.

Negli ultimi mesi questo approccio è già entrato in una prima fase operativa attraverso strumenti leggeri, capaci di collegare imprese e diaspora senza duplicare programmi esistenti o creare nuove strutture burocratiche. L’obiettivo è rafforzare ciò che esiste, non sovrapporsi.

Credo che questo sia un momento strategico. Stiamo vivendo una fase in cui la tecnologia sta ridisegnando i mercati globali. Molti Paesi competono facendo scala, attraverso piattaforme e algoritmi.

L’Italia possiede però un vantaggio competitivo diverso: le proprie radici autentiche.

Se riusciremo a strutturare il rapporto tra territori e diaspora, non subiremo la trasformazione tecnologica ma potremo guidarla, partendo dalla nostra identità produttiva.

Possiamo costruire così le condizioni per un nuovo umanesimo produttivo italiano, in cui innovazione e radicamento territoriale non sono in contraddizione, ma si rafforzano a vicenda.

Le radici italiane, quindi, non sono soltanto memoria. Sono una risorsa concreta, un vantaggio competitivo per fare impresa. Un vantaggio per chi vive in Italia e per le comunità italiane nel mondo. E possono diventare una leva stabile di politica industriale e territoriale».

Barbara Molinario

Barbara Molinario è giornalista ed esperta di comunicazione, con oltre venticinque anni di esperienza. Opinionista indipendente, interviene su temi legati alla sostenibilità, ai consumi e alla tutela dei consumatori. Collabora con numerose testate giornalistiche, agenzie stampa, web, radio e TV nazionali tra cui Tg1, Tg2, Tg3, Uno Mattina, Agorà, Restart, Mi Manda Rai3, Mattino 5, Tg Poste, e tante altre. Speaker radiofonica; esperta di moda e costume, è direttrice del magazine Fashion News Magazine. Segretaria generale dell’associazione Consumerismo no profit, si occupa di promozione dei diritti dei cittadini e sensibilizzazione sociale. È inoltre Presidente dell’associazione Road to green 2020, con cui promuove la sostenibilità ambientale attraverso il forum internazionale “La città del futuro” e il contest #roadtogreen, che valorizza artisti, designer e innovatori. Con il progetto Road to pink da voce alle donne ed è attivamente impegnata nella lotta contro la violenza di genere. Project manager, progettista di interventi per privati e bandi pubblici, opera nei settori dell’impresa e del sociale, sviluppando iniziative ad alto impatto culturale, ambientale ed educativo. È attivista nel campo della tutela e formazione dei minori, conta all’attivo progetti come Legal Love e Mangio dopo, che affrontano temi legati al benessere psico-fisico dei più giovani, collaborando con scuole e istituzioni pubbliche. Docente di comunicazione, ufficio stampa, pubbliche relazioni e organizzazione eventi, è amministratore della società DBG Management & Consulting srl ed è tra i soci fondatori del Convention Bureau Roma e Lazio. È stata per anni attiva nel sistema Confindustria. Tra le sue pubblicazioni e produzioni: Combattere il cyberbullismo. Riconoscere le Fake News. Gestire gli haters. Zero, il libretto interattivo contro lo spreco del cibo. Riciclare è un’arte; Sostenibilità nell’industria della moda, tra nuovi trend, falsi miti.

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