L'Editoriale

Lo strano boom della sicurezza privata

Editoriale di Umberto Rapetto sul quotidiano online Giano.news 

“Sono terribilmente attratto dalla pubblicità. Non riesco a resistere, venendone irrimediabilmente attratto quasi dietro lo schermo del televisore – scomparso da tempo il tubo catodico – si nascondesse oggi una calamita capace di risucchiarmi.

Non sono interessato affatto al messaggio promozionale di turno, ma sono incuriosito in maniera viscerale di cercare di capire il perché di un certo spot e il suo vero committente.

Fatte rare eccezioni di straordinaria creatività (si pensi alla donna che sviene ripetutamente nel vedere un immobile in vendita), la comunicazione tutt’altro che avvincente si tramuta, almeno per me, in una sorta di spia del cruscotto quotidiano pronta a rivelare una particolare condizione del Paese in cui vivo.

Con sempre maggiore frequenza vedo il volto di un conduttore tv che esalta la rapidità e il buon esito di una società che vende allarmi e ai prodotti affianca una serie di servizi integrativi mirati ad affrontare ipotetiche emergenze. Da qualche giorno, con proporzionale insistenza, si sta facendo largo un’azienda concorrente pronta ad offrire le stesse cose e magari qualcosa di più come andare a chiudere un rubinetto lasciato aperto nella casa del cliente.

Quando stacco gli occhi dal moderno Carosello, mi ritrovo costretto a chiedermi come mai ci sia questo sorprendente sforzo commerciale quando il Governo vara continuamente provvedimenti restrittivi in materia di sicurezza, racconta di avere la situazione sotto controllo e non come ai tempi di loro predecessori, narra di successi delle forze dell’ordine promettendone ciclicamente un potenziamento che altrettanto ciclicamente non avviene, fa l’impossibile per tranquillizzare il cittadino ripetendo – come Antonio Albanese nei suoi grotteschi monologhi – che “va bene, va tutto bene” a dispetto della cronaca che gronda di sangue.

Conoscendo il mondo imprenditoriale, nessuno si sognerebbe di affrontare certe avventure se non ci fosse “mercato”. Quegli spot cui facevo riferimento nel mio incipit sono campanelli di allarme che meglio di qualunque statistica fotografano la situazione.

Non c’è bisogno della consueta compagine di sondaggisti per prendere atto di una diffusa sensazione di paura che accomuna la collettività. I mezzi di informazione sono il concime che fa sì che terrore, ansia, sgomento e panico siano sempreverdi.

Forse è venuto il momento di occuparsi del traguardo del quieto vivere, obiettivo ambizioso, ma certo non irraggiungibile. Occuparsene non significa promettere o proiettare in un futuro indeterminato iniziative e soluzioni che non si possono realizzare, ma piuttosto predisporre un piano analitico su base pluriennale che parta da una realistica radiografia dello stato dell’arte.

Basta bugie, basta folkloristiche performance tipiche delle ricorrenze o delle visite ufficiali di qualche Autorità.

Si smetta di reimbiancare le pareti dei corridoi dove transiterà la delegazione o il superiore gerarchico in ispezione, ma si prenda carta e penna per fare il doloroso inventario dell’inefficienza.

Manca il personale, mancano i mezzi materiali, tecnici e finanziari, manca un disegno organico che dica almeno da che parte cominciare.

Invece di pensare ad apocalittici scenari di guerra utili solo a far ingrassare chi produce armi, si provi a dare priorità all’affrontare i nemici che abbiamo in giro per le nostre strade. Si faccia lo sforzo di capire che a delinquere non sono soltanto gli immigrati clandestini, ma anche nostri connazionali capaci di atrocità in grado di far inorridire Quentin Tarantino.

Se le varie Polizie potessero (e sapessero) fare il loro mestiere non ci sarebbe alcuna necessità di surrogati e succedanei in mano ai privati e il cittadino non dovrebbe versare canoni o abbonamenti per avere quella sicurezza che dovrebbe esser già pagata con tasse e imposte.

Forse non avremmo tutti i programmi di intrattenimento concentrati su Garlasco e altre storie irrisolte nella più mortificante celebrazione dell’incapacità di investigare seriamente e rapidamente dall’inizio. Ma se si spengono i riflettori su quelle pagine torbide si corre il rischio di dover parlare dei problemi veri che affliggono gli Italiani e forse nessuno ne ha davvero voglia.”

 

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