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Giovani, social e oggetti pericolosi normalizzati

Come certi gadget e contenuti stanno abbassando la percezione del rischio tra i giovanissimi

È difficile scorrere TikTok senza imbattersi in un video che mostra un oggetto tascabile, “di autodifesa”, così sottile da stare in un portafoglio e così potente da danneggiare un parabrezza con un singolo colpo. Un nome non c’è quasi mai, la parola “pistola” è evitata con cura, e il montaggio veloce punta più al wow visivo che alla chiarezza su cosa sia davvero tra le mani di chi guarda.

Da utente, da cittadino, mi ha colpito la dinamica: ciò che non è definito come arma viene percepito come meno pericoloso. Ma la fisica non si lascia convincere da un influencer o da un copy promozionale: massa, velocità ed energia sono fatti concreti. Per un parabrezza non servono romanzi, per il corpo umano neppure di più.

E non è un problema solo di strumenti, ma di clima culturale. Pochi giorni fa a Milano, in Corso Buenos Aires, un ragazzo di 15 anni è stato aggredito e rapinato da una baby gang: lo hanno costretto a chiamare il padre affinché ricaricasse la sua carta prepagata, minacciando di morte se non lo avesse fatto. (Adnkronos)

Quel tipo di dinamica – intimidazione, dominio, umiliazione – non nasce dal nulla. Esprime una relazione profonda tra identità giovanile, social network e percezione del rischio.

C’è un motivo se questi segnali mi colpiscono più di altri. Nel mio lavoro di Innovation Manager mi occupo ogni giorno di accompagnare aziende, organizzazioni e persone nell’adozione delle tecnologie digitali. Non solo dal punto di vista delle funzionalità, ma degli effetti reali che producono sui comportamenti, sulle decisioni e sulle relazioni.

Ed è qui che il punto diventa chiaro: l’innovazione non è mai neutra. Ogni tecnologia, ogni piattaforma, ogni meccanismo di comunicazione introduce effetti collaterali che raramente vengono considerati quando tutto funziona “come previsto”.

Algoritmi che premiano ciò che colpisce, marketing che semplifica ciò che è complesso, oggetti che vengono presentati come innocui perché non rientrano in una definizione formale. Ma nella realtà quotidiana, quella fatta di persone e non di slide, le definizioni contano meno degli effetti.

Quello che vediamo oggi tra i giovanissimi non è una degenerazione improvvisa, né una questione di “ragazzi difficili”. E non è un allarme isolato: secondo dati ISTAT relativi al 2023, quasi 7 ragazzi su 10 tra gli 11 e i 19 anni dichiarano di aver subito nell’ultimo anno almeno un episodio offensivo o aggressivo, online o offline. È il risultato di un ecosistema in cui la percezione del rischio viene progressivamente anestetizzata. Quando un contenuto violento diventa spettacolo, quando un gadget diventa simbolo di potere, quando l’intimidazione passa attraverso uno schermo prima ancora che attraverso un gesto, il problema non è più il singolo episodio. È il modello.

Da osservatore dell’innovazione, so bene che il vero nodo non è fermare la tecnologia, ma governarla. Significa riconoscere che ciò che viene progettato per attirare attenzione, vendere o intrattenere può avere ricadute profonde su chi non ha ancora gli strumenti per distinguere tra gioco, imitazione e realtà. Ignorare questi effetti collaterali non rende l’innovazione più efficiente. La rende solo più fragile.

Non sono qui a derubricare tutto a “effetto TikTok”, né a criminalizzare i ragazzi. So bene quanto i social siano spazi di socialità, espressione, creatività. Ma quando si instilla l’idea che un oggetto portatile possa diventare un accessorio di potere, in un ecosistema dove impressionare conta più di comprendere, la soglia tra curiosità e normalizzazione della violenza si abbassa in fretta.

Questo non è un fattore tecnico, è sociale e percettivo. Normalizzare un oggetto perché “non si chiama arma” segue la stessa logica che porta una baby gang a imporre a un coetaneo una ricarica con la forza. È la stessa distanza che si crea quando un algoritmo premia la spettacolarizzazione e l’assuefazione alla forza visiva.

Il problema non riguarda solo chi vende o chi condivide per views. Riguarda noi: la comunità, le famiglie, la società che si trova a chiedersi quale modello stiamo offrendo.

I ragazzi non sono ignari di tecnologia — ci nascono dentro — ma spesso non sono preparati a gestirne i rischi, soprattutto quando questi si intrecciano con dinamiche di gruppo e reputazione sociale.

Ecco perché la riflessione deve andare oltre l’oggetto. Il marketing di gadget potenzialmente offensivi, la mancanza di trasparenza sulle piattaforme commerciali e la promessa implicita di uno status digitale si incrociano in un panorama dove la competizione per l’attenzione può spingere a gesti di forza o imitazione non mediati dalla consapevolezza.

Non si tratta di demonizzare la tecnologia, ma di chiedersi chi abbia responsabilità quando contenuti simili raggiungono milioni di persone, molte delle quali minorenni. Le piattaforme devono interrogarsi sui messaggi che amplificano, i venditori devono essere riconoscibili, e noi — come società — dobbiamo accettare che la tutela del consumatore includa anche la protezione psicologica e culturale di chi cresce in questo ecosistema.

Se un oggetto potenzialmente offensivo viene spacciato come “giocattolo cool” e condiviso senza contesto educativo, la domanda non è più soltanto se sia legale venderlo.
Il punto, alla fine, è uno solo: stiamo introducendo innovazione con una reale consapevolezza dei suoi effetti, o stiamo lasciando che siano i fatti a dirci quando è troppo tardi?

di

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