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La via della conserva. Da dove viene il pomodoro?

L’Italia si conferma il primo produttore ed esportatore mondiale di derivati del pomodoro destinati direttamente al consumatore finale; il 60% circa delle conserve di pomodoro trasformate in Italia viene esportato.

Minireport a cura di CONSUMERISMO e AUTHENTICO

La verità vi prego sul pomodoro cinese

L’Italia è il primo paese in nella produzione di conserve di pomodoro, ma allora come si spiega che alcune industrie conserviere si riforniscano di pomodoro cinese per produrre il concentrato?

Il pomodoro, originario del Messico e del Perù, è da tempo stabilmente il re degli ortaggi in Italia. Ciò nonostante, l’Italia importa oltre 145.000 tonnellate di pomodoro da mensa. Il 43% dell’import proviene dall’Olanda, il 27% dalla Spagna, il 14% dalla e il 5% dalla e dal Belgio.

Su fronte del pomodoro per la trasformazione in conserve, l’Italia è il terzo produttore mondiale di pomodoro fresco con un fatturato di 3,5 miliardi (1,8 dall’export), lo scorso anno sono stati conferiti all’industria circa 5,16 milioni di tonnellate di pomodoro fresco.

L’Italia si conferma inoltre il primo produttore ed esportatore mondiale di derivati del pomodoro destinati direttamente al consumatore finale; il 60% circa delle conserve di pomodoro trasformate in Italia viene esportato.

Anche se l’import (principalmente semilavorati) è diminuito del 31 per cento, sono circa 200.000 le tonnellate di concentrato di pomodoro che importiamo da diversi mercati mondiali, tra cui Cina (il pomodoro cinese ne rappresenta la metà), USA, Egitto, , Portogallo e Spagna. E di pomodoro concentrato ne esportiamo più del doppio.

Lo Xinjiang, Regione Autonoma della Repubblica Popolare Cinese, è tappezzata da terreni dedicati alla coltivazione del pomodoro. I pomodori raccolti sono poi lavorati in fabbriche disposte su tutto il territorio e trasformati in triplo concentrato di pomodoro, tutto destinato all’esportazione. Il principale importatore del concentrato di pomodoro cinese è proprio l’Italia. Perché ovviamente il concentrato cinese costa molto di meno rispetto a quello italiano, a causa di una manodopera bassissima che includerebbe minori e minoranze etniche internati in campi di rieducazioni (secondo un rapporto delle Nazioni Unite).

E una volta in Italia?

Nei porti italiani (Salerno, Brindisi, Livorno) sbarcano numerose navi cargo che trasportano il concentrato in fusti di legno da 1,3 tonnellate. Le ditte trasformatrici acquistano il triplo concentrato di pomodoro cinese, lo diluiscono con acqua e sale e lo trasformano in doppio concentrato prodotto in Italia, che viene poi venduto, si dice, esclusivamente all’estero.

Purtroppo, sempre a danno della credibilità del , recenti scandali riportano alla luce quei sospetti che il tempo ne sopisce la memoria.  Sei persone denunciate per il reato di frode in commercio e oltre quattro tonnellate di pomodoro sequestrate per un valore complessivo di circa 3 milioni di euro. Sono i numeri dell’operazione Scarlatto condotta dai carabinieri per la tutela agroalimentare, coordinati dalla Procura di Livorno, che ha messo i sigilli a un grande stock di prodotti all’interno dello stabilimento Italian del gruppo Petti a Venturina. Secondo gli investigatori l’azienda commercializzava prodotti già etichettati con la dicitura «pomodoro 100 per cento italiano» o «100 % toscano», quando in realtà il pomodoro italiano veniva miscelato con «rilevanti percentuali di pomodoro concentrato estero».

L’amministratore unico dell’azienda, Pasquale Petti, tra gli indagati, difende la sua azienda dalle accuse, specificando che quelli sequestrati sarebbero prodotti “non imbottigliati a marchio Petti” e non destinati alla vendita nei supermercati italiani. Si tratterebbe invece di prodotti realizzati per conto terzi e destinati al mercato estero.

una vecchia storia

Già nel 2017 Giovanni De Angelis, direttore dell’Associazione nazionale industriali conserve alimentari vegetali (Anicav), aveva precisato che il pomodoro cinese trasformato in Italia non è destinato al mercato nazionale, ma solo alle esportazioni.  Aveva anche minimizzato la questione descrivendo il concentrato di pomodoro come un prodotto marginale nel fatturato complessivo dell’industria trasformatrice.

Ma secondo responsabile economico di Coldiretti, i conti non tornano: “se consideriamo che per fare un chilo di triplo concentrato servono sette chili di pomodoro fresco, vediamo che nel 2016 abbiamo importato dalla Cina e da altri paesi l’equivalente di circa un milione di tonnellate, una quantità equivalente a circa il 20 per cento della produzione nazionale”.

Mentre la procura indaga i consumatori si chiedono dove risieda la verità?

Il valore etico e reputazione del Made in Italy

Utilizzare concentrato di pomodoro cinese, quando si confezionano prodotti venduti con la dicitura Made in Italy, è un illecito che ha ovvie ripercussioni sulla reputazione della italiana. Lo standard qualitativo intrinseco, e la sicurezza alimentare quando si scelgono prodotti a marchio Italia non può e non deve essere in nessun modo inficiato. Ricordiamo che gli standard dell’agricoltura cinese in relazione all’utilizzo di fitofarmaci sono più bassi di quelli consentiti all’interno dell’Unione Europea.

La blockchain è la soluzione per la trasparenza

Tutelare la produzione del pomodoro di qualità, offrendo ai consumatori una rinnovata garanzia che gli consente di verificare autonomamente e in completa trasparenza la provenienza, il trasporto e la lavorazione del prodotto che ha tra le mani è l’obiettivo della tracciabilità di filiera in blockchain.

Grazie a questa recente tecnologia, nata come piattaforma per le criptovalute (es. Bitcoin), è possibile accedere ad una piattaforma mondiale, un network di computer interconnessi grazie ad Internet. La piattaforma blockchain è basata su un registro digitale distribuito, una sorta di libro mastro virtuale, in cui sono registrate tutte le transazioni, corredati da dati e documenti che verranno “notarizzati” lungo la catena dei blocchi, da una sorta di notaio virtuale, una serie di eventi legati ad un processo di un lotto produttivo (es. la produzione di un lotto di conserve di pomodoro) e che una volta consolidati in un certificato, sono per loro natura inviolabili, non modificabili o cancellabili.

Una piattaforma blockchain affidabile, ovvero capace di offrire la massima trasparenza è costituta da un network di nodi pubblico (non privato) molto numeroso e tutti uguali (ovvero con lo stesso peso o potere di voto), senza alcun coordinamento centralizzato, che mantiene un registro distribuito, replicato e sincronizzato fra tutti i partecipanti con una distribuzione del consenso paritaria basata sulla maggioranza dei nodi (51%) grazie alla quale si garantisce l’immutabilità dei dati e la neutralità del network.

Tracciabilità della filiera del pomodoro, se controllore e controllato potrebbero coincidere quale garanzia per i consumatori?

In Italia da un paio d’anni vengono annunciati diversi progetti di tracciabilità della filiera alimentare in blockchain, anche se poi quelli che superano la fase del progetto pilota sono pochi. Nel settore dell’industria conserviera, Coldiretti, in collaborazione con Princes Industrie Alimentari, nota multinazionale controllata Mitsubishi Corporation e con base a Liverpool, che gestisce a Foggia un più grande stabilimento d’Europa per la trasformazione del pomodoro, sta sviluppando una piattaforma per la tracciabilità del pomodoro 100% Made in Italy basata sulla tecnologia blockchain. Un progetto che si avvale di una partnership internazionale con VeChain, piattaforma blockchain appoggiata dal cinese che è stata persino pubblicizzata dai media statali.

Anche l’ente di certificazione norvegese DNV GL ha realizzato un sistema per la certificazione della filiera agroalimentare, che si chiama My Story, che si basa anch’esso sulla blockchain VeChain, con cui DNV GL ha stipulato una partnership strategica.

La piattaforma cinese VeChain utilizza un protocollo Proof-of-Authority che permette transazioni veloci e a basso costo, ma a scapito della decentralizzazione: vi sono soltanto 101 “authority node” controllati da società o individui (qualcuno in rete affermerebbe che ci sia anche una consistente quota del Governo cinese) che detengono almeno 25 milioni dei token, i quali possono convalidare le transazioni e produrre le certificazioni.

Sono entrambi lodevoli iniziative, ci auguriamo solo di non trovarci nella condizione che il garante tecnologico della trasparenza sull’origine del pomodoro potrebbe essere contemporaneamente il controllore e il controllato.

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