
L’estate 2026 si sta confermando tra le più calde degli ultimi anni. Le temperature elevate hanno inevitabilmente aumentato il fabbisogno di acqua, rendendo l’idratazione una necessità quotidiana e non soltanto una buona abitudine. Bere di più significa anche spendere di più, soprattutto quando ci si trova fuori casa.
È proprio in questo contesto che torna d’attualità una domanda che divide consumatori ed esercenti: al ristorante si può chiedere un bicchiere o una caraffa di acqua del rubinetto?
La risposta, almeno dal punto di vista giuridico, oggi è chiara. Con l’ordinanza n. 11827 del 29 aprile 2026, la Corte di Cassazione ha stabilito che non esiste alcuna norma che obblighi ristoranti e strutture ricettive a servire acqua del rubinetto ai propri clienti. La scelta rientra nella libertà imprenditoriale dell’esercente e, in assenza di specifici accordi, il cliente non può pretendere che venga servita, né gratuitamente né a pagamento.
Una decisione che chiude una lunga controversia giudiziaria ma che, inevitabilmente, apre una riflessione più ampia sul rapporto tra diritti dei consumatori, sostenibilità ambientale e correttezza commerciale.
Il paradosso italiano è evidente. Da una parte il nostro Paese dispone di una rete idrica che raggiunge circa il 99% della popolazione e vanta uno dei più elevati livelli di qualità e sicurezza dell’acqua potabile al mondo. Dall’altra continuiamo a essere i primi consumatori europei di acqua minerale in bottiglia e tra i maggiori a livello mondiale. Nel 2024 il consumo ha raggiunto i 257 litri pro capite, pari a oltre 15 miliardi di litri complessivi. Un dato destinato con ogni probabilità ad aumentare anche nel 2026, complice un’estate caratterizzata da temperature eccezionali e da un fabbisogno idrico sempre più elevato.
Eppure, secondo gli ultimi dati Istat, circa tre famiglie italiane su dieci dichiarano di non fidarsi dell’acqua del rubinetto, nonostante il sistema di controlli italiano sia tra i più rigorosi d’Europa e l’acqua distribuita dagli acquedotti rispetti, nella quasi totalità dei casi, i parametri di sicurezza previsti dalla normativa. Il dato che colpisce è che oltre l’82% degli italiani consuma ogni giorno almeno mezzo litro di acqua minerale, mentre una ricerca realizzata da Open Mind Research per Aqua Italia evidenzia che circa l’80% degli italiani ha bevuto acqua del rubinetto almeno una volta negli ultimi dodici mesi. Un dato che dimostra come la scelta dell’acqua in bottiglia sia sempre meno legata a reali esigenze di sicurezza e sempre più a un’abitudine consolidata e alla percezione dei consumatori.
Una scelta che pesa sulle tasche delle famiglie. Secondo gli ultimi dati Istat disponibili, una famiglia italiana spende in media circa 151 euro l’anno per acquistare acqua minerale in bottiglia. L’acqua del rubinetto costa mediamente 0,26 centesimi di euro ogni 100 litri, ovvero poco più di due millesimi di euro al litro, mentre l’acqua minerale acquistata al supermercato può variare indicativamente da 0,20 a oltre 0,40 euro al litro, a seconda del marchio e del punto vendita. Una confezione da sei bottiglie costa mediamente circa 2,40 euro, ma al ristorante il divario aumenta ulteriormente: una bottiglia da 75 centilitri può costare dai 2 ai 4 euro, con prezzi ancora più elevati nei locali turistici.
Non è solo una questione economica. Ogni bottiglia acquistata comporta produzione di plastica, trasporto, emissioni di anidride carbonica e gestione dei rifiuti. A questo si aggiunge un tema sempre più discusso dalla comunità scientifica: la presenza di microplastiche e nanoplastiche nelle acque confezionate e, più in generale, nell’ambiente. Sebbene gli studi siano ancora in corso per comprendere pienamente gli effetti sulla salute umana, il principio di precauzione suggerisce di ridurre, quando possibile, il ricorso agli imballaggi in plastica monouso.
Esiste poi un patrimonio spesso sottovalutato: le migliaia di fontanelle pubbliche distribuite sul territorio italiano. Le storiche “nasoni” di Roma, le Case dell’Acqua e le fontane comunali rappresentano una risorsa gratuita, sicura e sostenibile, che potrebbe contribuire a limitare il consumo di bottiglie di plastica e a ridurre la spesa delle famiglie, soprattutto nei mesi estivi.
Naturalmente il tema non può essere affrontato contrapponendo consumatori e ristoratori. Servire acqua di rete comporta responsabilità igienico-sanitarie, procedure di autocontrollo e costi organizzativi che la normativa oggi non impone di sostenere. La Cassazione ha semplicemente ricordato un principio di diritto: la scelta spetta all’imprenditore.
Questo, però, non impedisce di immaginare una cultura diversa dell’accoglienza. In molti Paesi europei offrire acqua di rete è ormai una prassi consolidata, mentre in Italia continua a rappresentare un’eccezione, spesso vissuta con diffidenza sia da chi la chiede sia da chi dovrebbe servirla.
La vera domanda, quindi, non è se il ristoratore sia obbligato a servire acqua del rubinetto. La legge ha già risposto: non lo è.
La domanda che dovremmo porci come Paese è un’altra. Ha ancora senso continuare a considerare l’acqua in bottiglia una necessità, quando disponiamo di una delle reti idriche più sicure e controllate al mondo? Oppure siamo di fronte a un’abitudine alimentata da diffidenza, marketing e consuetudini difficili da superare?
Per Consumerismo la risposta non può essere affidata soltanto alle sentenze. I dati dell’Osservatorio dimostrano che il vero nodo non è l’obbligo di servire l’acqua del rubinetto al ristorante, ma la scarsa fiducia che ancora accompagna l’acqua pubblica. Una fiducia che può essere rafforzata solo attraverso una maggiore informazione ai cittadini, investimenti nella manutenzione delle reti idriche, un potenziamento delle fontanelle e delle Case dell’Acqua e una comunicazione trasparente sulla qualità dell’acqua che arriva nelle nostre case.
L’acqua è un bene essenziale e un diritto fondamentale. Proprio per questo dovrebbe essere al centro di politiche capaci di coniugare tutela dei consumatori, sostenibilità ambientale e libertà d’impresa. Perché scegliere, quando possibile, l’acqua del rubinetto significa non solo risparmiare, ma anche ridurre il consumo di plastica, limitare l’impatto ambientale e valorizzare una risorsa pubblica sicura, controllata e di qualità che troppo spesso gli italiani continuano a sottovalutare.




