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Sul filo di lana l’Italia ha strappato un’altra proroga. E’ stato ancora esteso l’obbligo per le aziende italiane di indicare l’origine delle materie prime in etichetta per pasta, riso, pomodoro, carni suine trasformate, latte e latticini in scadenza il 31 dicembre 2025.
Una vittoria che profuma di trasparenza per i consumatori, ma che nasconde una battaglia più grande: quella contro le lobby industriali, tra cui quella dei pastai e per l’identità del cibo italiano in un anno speciale che ha visto la Cucina Italiana ricevere il riconoscimento come Patrimonio Culturale Immateriale dell’Umanità UNESCO.
È dal 2016 che l’Italia combatte questa battaglia. Prima il latte, poi riso, pasta, pomodoro e carni suine: un regime sperimentale costruito pezzo per pezzo, sfruttando la facoltà prevista dal Regolamento UE 1169/2011 di adottare misure nazionali per la trasparenza sull’origine. Ma ogni anno è una rincorsa: proroga dopo proroga, in attesa che Bruxelles decida se armonizzare queste norme a livello europeo o lasciarle morire.
Dietro questa partita c’è molto di più di una scritta su una confezione. C’è la possibilità per chi compra di sapere se il grano della sua pasta viene dalla Puglia o dal Canada, se il pomodoro della passata è cresciuto in Campania o in Cina. L’obiettivo è permettere ai cittadini di fare scelte consapevoli, contrastare fenomeni di contraffazione e tutelare le filiere produttive italiane. Da una parte, dunque, i produttori che lavorano materia prima italiana al 100%, quelli che hanno investito in qualità e tracciabilità. Dall’altra, un settore industriale che fa profitti sull’import a basso costo, mischiando materie prime di provenienza incerta sotto etichette che evocano l’Italia.
Consumerismo applaude. La proroga è una vittoria, certo. Ma è anche l’ennesimo rinvio di una scelta definitiva. L’Europa sta rivedendo il regolamento sull’etichettatura, ma i tempi sono lunghi e le pressioni forti. Mentre i ministri firmavano il decreto, ci auguriamo che si rinnovi un impegno: proteggere il diritto dei consumatori a sapere cosa mangiano. Perché in un mercato dove l’autenticità è diventata merce rara, l’etichetta trasparente non è un capriccio: è uno strumento di democrazia alimentare, rigorosamente.





