
Dimensione del testo: A Reducir tamaño de fuente. A Restablecer tamaño de fuente A Aumentar tamaño de fuente.
La tragedia di Crans-Montana alimenterà il circo mass-mediatico europeo almeno per un mese intero. È la grammatica del dolore: le viralità moderne si nutrono di drammi. I media hanno inventato il format, i social lo hanno “algoritmizzato”, e gli adolescenti coinvolti nell’incendio lo hanno consumato fino all’ultimo secondo, spesso attraverso lo schermo di quello stesso smartphone che tenevano in mano mentre il soffitto bruciava.
In queste settimane assisteremo a un’inondazione di “perché”. Perché non scappavano? Perché filmavano invece di mettersi in salvo? Che fine ha fatto il senso della realtà? Una pioggia di giudizi taglienti contro una generazione che sembra essere diventata “figlia di nessuno”. Questo sarà il momento di gloria e visibilità per pedagogisti, fuochisti ed esperti in disastri ed evacuazioni.
Eppure, la domanda che dobbiamo porci è un’altra, molto più scomoda: ma di chi erano figli quei ragazzi?
L’ostentazione come eredità
Quei giovani che alle 1:30 di notte erano liberi di “sciabolare” bottiglie a ripetizione, da dove vengono? Sono figli di quegli stessi adulti che, davanti a un incidente o a una richiesta d’aiuto per strada, fanno finta di niente? Sono figli di chi ha inventato il culto della viralità, dell’ostentazione e del “like” a ogni costo, servendolo su un piatto d’argento a una generazione che non ha ancora gli anticorpi per difendersi.
Invece di limitarci a puntare unicamente il dito contro il locale non a norma, le fontane di fuoco o i ragazzi che continuavano a ballare con le fiamme sopra la testa, dovremmo chiederci: cosa ci facevano dei tredicenni, all’una e mezza di notte, in un luogo dove si beveva, si fumava e dove probabilmente si andava spesso nei bagni?
La latitanza dei genitori “perfetti”
Cari genitori, forse quei ragazzi erano figli vostri. Di voi che li avete fatti crescere dalle tate, delegando l’educazione e il controllo a terzi? Di voi che, per calmarli fin da piccoli, avete messo loro in mano un telefono con accesso libero ai social già a 10 anni? Di voi che vi fate scudo dietro la frase: “A mio figlio non manca niente”?
Ma vi siete chiesti se invece mancasse la cosa più importante? Un “no” deciso, un rimprovero ben assestato, un briciolo di sano controllo genitoriale? Quello che una volta chiamavamo educazione alla vita.
Prima di cercare i colpevoli nei tribunali, io andrei a cercarli nelle case di quei “bravi ragazzi” che, per colpa dell’assenza dei padri e delle madri, non saranno più promesse dello sport, della cultura o dell’economia. A loro va il mio pensiero: pace all’anima vostra, ragazzi, e che la terra vi sia lieve.
Oltre la cronaca: una proposta concreta
Questa tragedia non può restare solo un loop di immagini su TikTok. Mi auguro che il 2026 sia l’anno della svolta: serve il divieto assoluto di accesso ai social prima dei 16 anni. Serve un rinforzo massiccio dell’educazione civica e digitale, ma soprattutto serve riportare l’educazione alla vita al centro del dibattito pubblico.
Come Consumerismo No Profit, era già nei programmi ma adesso ancora di più, vi annuncio che ci occuperemo quanto prima di presentare proposte concrete al Presidente della X Commissione Attività Produttive della Camera, Alberto Gusmeroli, che ritengo figura sensibile e adeguata per affrontare temi che non riguardano solo il mercato, ma la tenuta stessa della nostra società.





